Breve storia di Giuseppe, del cassonetto in fiamme e di quando verrà la TARES

di Angelantonio Minafra

Lo chiameremo Giuseppe. Avrà circa 17 anni, non va più a scuola da un po’ e fa l’apprendista alla zona industriale. La scuola era un incubo, gli volevano insegnare persino le poesie e non gli avevano mai parlato della bellezza che può essere nascosta in un fiore che nasce spontaneo sulla Murgia. Almeno al lavoro, quei quattro soldi che gli danno gli sembrano la libertà. La benzina del motorino, le sigarette, la pizza con gli amici. Il padrone, in ultima analisi, è bravo; ci sa fare con tutto, con gli operai, con le macchine, con le donne, con le tasse. Giuseppe non crede di dover scoprire molto ancora nella vita. Né nei rapporti con gli uomini (e con le donne…), dove deve solo affinare il “fatti furbo, sennò ti fregano…” che gli hanno seminato dentro mille volte; né dentro di sé, dove bisogni ed esigenze sono ormai maturi nella loro imprescindibile semplicità, fissi e scolpiti per sempre senza perché e senza drammi.

Giuseppe non sa – nessuno ha mai avuto modo di dirglielo – che alcuni suoi coetanei passano qualche settimana di vacanza lavorando per le cooperative di Libera, a raccogliere pomodori strappati alle mafie, o nei campi di lavoro di Legambiente ad allenare tartarughe o tagliare erbacce dai sentieri delle escursioni. Se lo sapesse riderebbe di gusto, pensando che questi fessi lavorano gratis e forse nessuno nemmeno li ringrazia. Il fatto che rendano il mondo un po’ migliore di come lo hanno trovato non lo sfiora: lui avvita bulloni ogni giorno e che lo faccia bene o male non influisce sulla sua felicità.

Giuseppe passa le serate con gli amici. Una birra, una chiacchiera senza troppa convinzione, una sgommata con la moto, il sorriso di qualche ragazza da commentare. Una sera come tante, niente da fare, uno sfuggire continuo alla noia, come se il silenzio e la calma possano ispirare per sbaglio una qualche riflessione su quello che vedono attorno a loro. Basta passare accanto ai cassonetti in una strada di periferia, tirare fuori l’accendino ed è fatta. Si ride dieci minuti, si filma con il telefonino e si scappa per andare a mostrare l’impresa agli altri che non c’erano. E’ una serata guadagnata al caos, pura vita che non ci interroga su niente. Soprattutto se nessuno ci allena a dare risposte.

Un vecchio filosofo con una gran barba, nell’Ottocento, aveva mostrato con chiarezza che è la condizione materiale della propria vita che modella quello che pensiamo di noi e del mondo. Ma che possiamo anche immaginare una vita diversa, che magari ci possa soddisfare di più, e lentamente modificare quelle condizioni materiali che ci costringono dolorosamente al presente.

Ed ora la TARES. Quando verrà la TARES, il padre di Giuseppe – lo chiameremo Michele, operaio disoccupato che sia arrangia per tirare avanti la famiglia – dovrà pagare qualche centinaio di euro in più, e qualche centesimo anche lui per risarcire la collettività del cassonetto bruciato una sera dai ‘vandali’. Lo farà mugugnando e maledicendo i politici che stanno “sopra al Comune”. Tuttavia è giusto che si paghi qualcosa per portar via i ‘rifiuti’. Per allontanare per sempre, definitivamente, qualcosa che non ci serve più e ci infastidisce, ci ingombra la mente prima dello spazio fisico sotto casa o delle cave abbandonate che diventano discariche.

La morale è che bisogna, in fretta e tutti insieme, anche Giuseppe, anche Michele, ricostruire un senso collettivo, una educazione a stare insieme e a rispettare ciò che appartiene a tutti, altrimenti brucerà molto altro ancora. Bisogna anche imparare ad evitare che qualcuno si appropri dei beni comuni, ne faccia scempio o commercio, li distrugga senza sapere cogliere il loro autentico valore d’uso. Tante TARES ci attendono lì fuori in agguato; non le vedremo come espiazione dei nostri peccati se imparassimo a ridurre il nostro peso sulla produzione di merci, sul loro consumo e sulla povera natura che ci sopporta. Forse anche Giuseppe, se imparerà – se qualcuno avrà la forza di spiegarglielo- ad amare i fiori dei campi e gli uccelli del cielo, scoprirà a coltivare un po’ di felicità dentro di sé.

P.S. L’ “Emilio” di Rousseau, in piena dialettica illuminista, scopriva la trascendenza alla natura a partire da questa, in cui era immerso e da cui traeva la propria libertà. La pedagogia rivoluzionaria che noi chiamiamo Comunismo deve insegnare, attraverso la costruzione di una morale collettiva, anche ai Giuseppe che vivono qui e adesso che i cassonetti della carta riciclata non si bruciano, anzi che i rifiuti si cerca di non produrli e quindi che vivere meglio è possibile, senza pagare troppa TARES. 

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