Comunisti chi?

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di Vincenzo Colaprice 

(contributo alla V Conferenza nazionale dei Giovani Comunisti/e)

Settimanalmente, da volontario, conduco lo sportello del Servizio Orientamento Lavoro (SOL) nella Camera del Lavoro della mia città, Ruvo di Puglia. Lo sportello si occupa di assistere giovani inoccupati e lavoratori disoccupati nella ricerca di un nuovo impiego anche attraverso il web. Le donne e gli uomini che incontro quando faccio sportello sono dei più svariati gruppi d’età, ma portano con loro una caratteristica comune: la preoccupazione per il futuro, l’ansia per il giorno dopo. Ma parlare delle loro storie sarebbe scontato, penso che come me esistano tanti altri compagni e compagne che lavorano e si accontentano di contratti brevi e miseri, due-tre mesi o di stage non retribuiti o addirittura di un impiego a nero.

Vorrei partire piuttosto da un altro dato che ho appreso nei miei sportelli settimanali. Cosa sono diventate oggi le Camere del Lavoro se non centri che distribuiscono – dietro pagamento – servizi, il CAF, il 730, il DSU, il modello ISEE e via discorrendo? In un anno di SOL non ho incontrato nessuno che fosse iscritto alla CGIL, piuttosto penso di aver incontrato il lavoratore medio italiano. Il 70-80% di coloro che si rivolgono alla Camera del Lavoro per i servizi che ho descritto sopra lo fanno perché la famiglia, il nonno, i parenti, sono stati iscritti al sindacato, perché con esso hanno lottato e tramite esso hanno visto riconosciuti i loro diritti. D’altronde la mia terra è stata protagonista tra gli anni ’50 e ’60 delle più aspre lotte contadine, da noi Giuseppe Di Vittorio è ancora un eroe. Ma dunque cosa rimane nella coscienza di queste generazioni fidelizzate al sindacato e cresciute a pane, olio e socialismo che affollano le Camere del Lavoro? Non rimane più nulla. Molti di loro sono ancora oggi veri e propri proletari, se non addirittura sottoproletari, ma la loro mente è del tutto colonizzata dalla narrazione del migrante che viene qui “ci ruba il lavoro” e “viene mantenuto dallo Stato per 50 euro al giorno”. L’immigrazione e gli endorsement pro-Salvini sono i temi caldi e più frequenti delle lavoratrici e dei lavoratori, delle casalinghe e degli anziani che affollano la sala d’attesa. Sentire queste cose settimanalmente porta ad una necessaria riflessione.

Cosa può voler dire per un cittadino comune il termine “comunismo”? E un termine più vago come “sinistra”?

Tra i lavoratori che ho incontrato durante lo sportello e quelli incontrati con i compagni del circolo, appare dominante ritenere il sindacato (che sia la CGIL o l’UGL) come inutile, come causa di contrasto con il datore di lavoro, addirittura come causa dei licenziamenti. La sinistra? “Pensa solo agli immigrati”. Il comunismo? Non pervenuto. Penso che come Giovani Comunisti dovremmo riflettere soprattutto su questo. Sul come rapportarci nuovamente con le classi popolari, sul come dare un senso alla nostra giovanile, al nostro partito, a quello che facciamo, a far tornare insomma nuovamente utile il progetto del comunismo e della sua rifondazione.

Col Jobs Act si è tornati sostanzialmente in un’epoca molto simile a quella che ha preceduto la nascita delle prime organizzazioni a difesa del lavoro, delle leghe, dei comitati e delle camere del lavoro. Oggi come allora ci troviamo davanti ad una classe vivente ma parcellizzata, di proposito divisa, frammentata. Oggi dovremmo chiederci cosa fare e quali strumenti attuare per difendere e tutelare quei giovani che intravedono un futuro fatto di stage non retribuiti, di apprendistati, di contratti a due o tre mesi e dobbiamo porci il compito di educarli alla lotta, perché non appaia loro tutto normale, regolare, perché la precarietà non diventi anche uno stile di vita, una forma mentis.

Abbiamo un grande compito e ci troviamo in una fase delicatissima, in cui la sinistra rischia di essere cannibalizzata dal monolitico PD centrista e autoritario di matrice renziana. Abbiamo il compito di costruire un immaginario nuovo, di costruire una nuova narrazione, un nuovo dialogo con chi dovremmo difendere e che invece non ci vede neanche col binocolo. Vorrei che questa conferenza si occupasse di questo, che non vincesse la rassegnazione, che si parta da quello che abbiamo in casa e da quello che è necessario fare.

Georges Sorél, che ha avuto un fortissimo ascendente sulla formazione politica del giovane Gramsci, parlava di mito sociale, ovvero creare una volontà collettiva che porti le masse a prendere in considerazione un’unica alternativa radicale per cambiare la storia e i rapporti sociali: la nostra. Dovremmo ripartire da qui. Senza spocchia, senza diffidenza, senza paura.

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