Diario dalla Palestina – parte 2

di Pietro Pasculli

Martedì 20 ottobre – al-Khalil (Hebron, West Bank)

Due ragazzi, uno di qui 15 ed uno di 17 anni ammazzati in ora fa qui ad al-Khalil (Hebron). E niente… volevo dirvelo, perché non vorrei che diventasse per me normale accettare che a due passi da te possa finire la vita senza chiedersi perché, anche se un perché non c’è.

Mercoledì 21 ottobre – al-Khalil (Hebron, West Bank)

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Sono le undici del mattino ed un colono armato di mitragliatore affigge sul muro della casa in cui vivo alcune foto che ritraggono noi internazionali. Le foto sono accompagnate da un messaggio che tiene in guardia tutti i coloni della zona. Il messaggio recita piu o meno così: queste persone sono pericolosi anrchici arrivati qui in Israele per danneggiare i nostri soldati e i coloni israeliani, state in guardia. Questi fogli con le nostre foto sono riposti in tutto l’insediamento. La minaccia è davvero seria. Le foto hanno la funzione di farci essere riconoscibili e facilmente attaccabili da folli che ogni giorno sparano e ammazzano senza alcuno scrupolo. Chiamiamo le nostre rispettive ambasciate. Le nostre ambasciate ci consigliano di lasciare subito il paese. Non avevo dubbi, questo è quello che ci insegna l’Occidente, invadere e scappare quando la situazione diventa pericolosa. Il popolo palestinese invece non piega mai la testa, e questo popolo in dieci giorni mi ha dato più di quello che mi è stato dato nel mio paese per anni.

Come se la giornata non fosse già abbastanza pesante dopo la grave minaccia, accanto alla casa in cui vivo, un grande uomo della resistenza palestinese viene ammazzato dal gas lanciato dai soldati. Ero stato a pranzo nella sua casa, dalla sua famiglia, due giorni fa. Ieri sempre in casa sua, sono rimasto per un bel po’ ad ascoltare la sua storia. Oggi non c’è più, lascia sua moglie e quattro bambini. Ricordo il mio primo giorno in Hawwara, ricordo come la notizia della morte mi aveva sconvolto. Oggi non mi sconvolge più. Ogni giorno si muore. Sapere della morte di un amico e compagno di lotta, perché si, qui è così, senza tante convenzioni si entra a far parte di una grande famiglia e di un popolo che resiste, non ti sconvolge. La rabbia prende il posto delle lacrime. Qui non c’è tempo per le lacrime. Sono arrabiato, io sono solo rabbia.
Questa mia giornata la dedico a te Hashem, io non me ne vado da al-Khalil, io non piego la testa.

Sabato 24 ottobre – al-Khalil (Hebron, West Bank)

E per i pigri, quelli che non riescono a star dietro ai ritmi incessanti della moda, vi proponiamo il modello civili israeliani che occupano le terre palestinesi.
Un bianco soffice e delicato che non stanca mai, accompagnato da un mitra, ottimo da accostare su jeans e pantaloni di cotone.
P.s.: ripeto, questi sono civili e non soldati. Civili, e non soldati in borghese. Qui i civili girano tutti in questo modo, tutti i giorni.

 Domenica 25 ottobre – al-Khalil (Hebron, West Bank)
Noi eravamo appena arrivati e tu venti minuti dopo sei andata via per sempre all’esterno della moschea di Abramo.
Eri una ragazza di 16 o 17 anni e ti hanno sparato per cinque volte. Il cielo di al-Khalil oggi piange solo per te.
P.s.: vi diranno che era una terrorista armata di coltello, ve lo dico sin da ora così evitate di sorbirvi mezz’ora di merda al telegiornale.

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