Ecco il vero volto della protesta ucraina

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di Franco Fracassi (da Proletaria, gennaio 2014)

Il Wall Street Journal ha pubblicato un sondaggio che mostra il consenso da parte degli ucraini nei confronti dei dimostranti di piazza Maidan. Secondo quel sondaggio, il 45 per cento sta dalla loro parte, mentre solo il 14 per cento resta fedele al presidente Viktor Yanukovich. Poi c’è il leader dei dimostranti, Vitaly Klichko. Lui sarebbe addirittura amato dal 56 per cento della popolazione. Se a questo aggiungiamo i cinque morti, siamo a cavallo. Come ha dichiarato Daniel Larison, de The American Conservative (“Gli Stati Uniti devono continuare ad appoggiare la maggioranza degli ucraini, perché i nostri interessi e i loro sono gli stessi”), noi dobbiamo spingere sull’acceleratore. Tutti sappiamo che il sondaggio in questione è un bluff, che i supporter di Klichko e quelli di Yanukovich si equivalgono (37 per cento ciascuno), tutti sappiamo che i dimostranti vengono portati in piazza. Ma l’occasione è di quelle ghiotte e non va sprecata. Nell’interesse degli Stati Uniti d’America.

Questo è l’estratto di un documento interno all’American Enterprise Institute (Aei), fondazione molto influente a Washington, ispiratrice delle politiche estere delle Amministrazioni Clinton e Bush, prima promotrice della guerra all’Iraq e, principale consulente esterno del Dipartimento di Stato nell’era Obama. L’Aei annovera tra i suoi membri: l’ex vice presidente Dick Cheney e sua moglie Lynn, l’ex leader dell’estrema destra repubblicana Newt Gingrich, i guru della destra più guerrafondaia Richard Perle e Michael Ledeen.
Il documento prosegue:

Bisogna esportare la vera democrazia in Ucraina, una democrazia lontana da Mosca e da Putin. Bisogna sfruttare la debolezza del loro sistema repressivo. Ci vogliono incidenti, vittime, immagini efficaci, in grado di colpire l’immaginazione compassionevole degli occidentali. Bisogna puntare tutto sul fatto che Yanukovich fa solo propaganda. “La propaganda del regime” è un modo di dire sempre efficace in queste situazioni. Bisogna fornire a Canvas tutto il supporto di cui ha bisogno. Bisogna essere convinti che stiamo facendo la cosa giusta.

Il potere di Washington, quello che accompagna la politica estera della Casa Bianca, non avrebbe potuto esprimersi con maggiore chiarezza, anche se lo ha fatto nel segreto di un documento interno.

«A Kiev non è in corso uno scontro per la democrazia o per l’avvicinamento dell’Ucraina all’Unione europea. A Kiev si sta combattendo la battaglia per la sopravvivenza dell’impero di Putin, e il ritorno della supremazia statunitense in aree del mondo quali il Medio Oriente, l’Asia Centrale e l’America Latina. Pensate che veramente freghi a qualcuno se muoiono dei manifestanti a piazza Maidan?» spiega un alto funzionario del Dipartimento di Stat Usa, intervistato in forma anonima dall’autorevole rivista statunitense The Christian Science Monitor.

Che cosa intende il documento dell’Aei, quando parla di «dimostranti portati in piazza»? Un dimostrante, intervistato da EuroNews ha detto: «Klichko e gli altri sono politicamente morti. A guidare la protesta è la destra». Il dimostrante si riferiva alle migliaia di membri del partito di idee nazionalsocialiste Svoboda (Libertà), di quelli del partito fascista Patriota dell’Ucraina e dei camerati di Tridente, un partito che si rifà alla tradizione della divisione ucraina delle Ss (Galizien), responsabile dell’eccidio di centinaia migliaia di persone e della deportazione di un numero equivalente di ebrei, comunisti e zingari verso i campi di sterminio nazisti. Poi ci sono gli ultrà della Dynamo Kiev, a cui appartengono membri di tutti e tre i partiti. Sono loro gli irriducibili delle barricate. Sono loro che hanno lanciato le molotov che hanno provocato la reazione assassina dei poliziotti. Una croce celtica sul casco, un’altra sullo scudo e il numero 1488, che è l’emblema del neonazismo suprematista bianco. Il leader di Svoboda, Oleg Tiaghnibok, ha dichiarato: «L’attuale situazione è un’opportunità per distruggere lo scheletro statale e costruire un nuovo Stato».

Lo sdoganamento di Svoboda (Libertà) è avvenuto grazie al partito filo-tedesco Batkivshina della malversatrice Julia Tymoshenko, attualmente detenuta per appropriazione indebita e frode, che nell’ultima tornata elettorale ha stretto un’alleanza con i neonazisti, decisamente fruttuosa per questi ultimi, che hanno ottenuto ben trentasette seggi in parlamento.

A parte gli ultrà, la maggior parte di loro sono arrivati a Kiev dalla Galizia, la regione nord-occidentale dell’Ucraina, confinante a Ovest con l’Ungheria e, soprattutto, la Polonia, con cui divide la cultura, parte della storia e la religione cattolica.

Come i fieri bretoni, i galiziani sono feroci nazionalisti, portatori di un vero spirito ucraino. Furono per secoli sotto il dominio polacco e austriaco. Durante la seconda guerra mondiale la Galizia si alleò con l’occupante nazista, fornendo uomini per creare una divisione Ss e dando un contributo sostanziale alla deportazione di ebrei ucraini verso i lager. Dopo la guerra molti collaborazionisti vennero assoldati dalla Cia, in funzione anti sovietica. «Gli eredi di quegli uomini oggi sono la linfa vitale della rivolta anti Yanukovich», sostiene lo storico ucraino Mykola Chaban.

Dopo il 1991, quando fu creata l’Ucraina indipendente, nel vuoto di tradizioni che si trovò il nuovo Stato, i galiziani furono definiti come i veri ucraini, perché erano i soli ucraini che avevano sempre voluto l’indipendenza. La loro lingua fu usata come base per una nuova lingua nazionale e le loro tradizioni furono sancite a livello statale. Monumenti di assassini di massa e di collaboratori nazisti galiziani come Stepan Bandera e Roman Shukhevych sorsero ovunque e spesso provocarono l’indignazione di altri ucraini. I galiziani giocarono un ruolo importante nella rivoluzione arancione del 2004, come quando i risultati delle elezioni presidenziali furono dichiarati nulli e fu eletto il candidato filo-occidentale Yuschenko, nella ripetizione del voto.

«Sono andati a Kiev a bordo di pullman pagati con i soldi arrivati da Belgrado», afferma Vika Larina, direttrice del quotidiano della Galizia “Lviv Today”. «Sono arrivati un anno fa in forze. Si sono messi subito al lavoro, il cui risultato si vede in questi giorni di battaglia a piazza Maidan. Di chi sto parlando? Dei serbi di Canvas».

Il Center for Applied Nonviolent Action and Strategies (Canvas) è un’organizzazione con base a Belgrado legata al Dipartimento di Stato Usa e al più potente servizio segreto privato del mondo Stratfor. Negli ultimi tredici anni Canvas ha partecipato attivamente all’organizzazione di ventuno rivoluzioni in tutto il mondo, compresa la rivoluzione arancione del 2004 proprio in Ucraina. Dal 2008 l’organizzazione serba è divenuta una pedina importante della politica estera di Barak Obama.

Il giornalista statunitense ed esperto di questioni geopolitiche William Engdahl, ha raccolto informazioni sul ruolo giocato in Ucraina da Canvas:

Fonti ucraine mi hanno raccontato che vi sono autobus fatti convogliare su Kiev da tutti gli angoli del Paese. Bus pieni zeppi di studenti e disoccupati ingaggiati per le proteste. Vengono, inoltre, distribuiti in piazza Maidan opuscoli identici a quelli diffusi nel 2011 in piazza Tahrir al Cairo, luogo simbolo e teatro delle manifestazioni di protesta che portarono al rovesciamento di Hosni Mubarak in Egitto.

Prosegue Engdahl:

Figura paradigmatica, esemplare in tal senso, è quella dell’ex campione di pugilato Vitaly Klitschko, uomo forte del partito di destra Udar (alleato di Svoboda), capace di incassare il consenso e il sostegno statunitense ed europeo. L’ex pugile, attualmente indicato come leader della variegata opposizione, viene sostenuto da Victoria Nuland. Già rappresentante statunitense presso la Nato sotto George W. Bush, attualmente la Nuland ricopre il ruolo di segretario di Stato per gli Affari europei ed euroasiatici dell’Amministrazione Obama. La cosa singolare è che la Nuland ha in realtà solidi legami presso gli ambienti neoconservatori: suo marito è Robert Kagan, noto falco dei repubblicani, nonché stretto collaboratore dell’ex vicepresidente Usa Dick Cheney.

Ma cosa ha scatenato le proteste di piazza Maidan? Gli ultimi governi che si sono succeduti hanno emesso tanto denaro, indebitando l’economia. Con quei soldi sono stati sovvenzionati gli alloggi e le spese di riscaldamento, gratis per tutti. Yanukovich, poi, ha deciso d’ignorare i dettami del Fondo monetario internazionale, svalutando la moneta nazionale.

Alla fine dell’anno scorso l’Ucraina si è trovata sull’orlo del fallimento. Secondo l’Unione europea è questione di settimane. Per questo Yanukovich ha iniziato a elemosinare aiuti in giro per l’Europa e il mondo. Per questo centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza a Kiev.

Non si è fatto avanti nessuno. L’Europa, su proposta di Germania e Polonia, si è fatta avanti, ma solo se Kiev avesse accettato condizioni capestro. «L’Ucraina si sarebbe trovata con l’industria e l’agricoltura decimate, e la disoccupazione avrebbe raggiunto i livelli post seconda guerra mondiale. In altre parole, sarebbe diventata una colonia impoverita dell’Unione europea. Si stima che le perdite previste avrebbero sfiorato i centocinquanta miliardi di euro», ha spiegato l’economista svedese Mauricio Rojas.

A questo punto è entrata in scena la Russia, anche se le relazioni tra Kiev e Mosca sono tutt’altro che buone. La Russia restava pur sempre il più grande mercato per i prodotti ucraini.

Attualmente l’Ucraina vende la sua produzione alla Russia senza molti controlli doganali, i confini sono permeabili, la gente si muove liberamente attraverso il confine, senza nemmeno il passaporto. Se venisse firmato un accordo di associazione con la Ue, i prodotti comunitari inonderebbero la Russia attraverso la finestra aperta dall’opportunità dell’Ucraina. Così Putin ha messo in chiaro le regole per Yanukovich: «Se entri nella Ue, le tariffe russe aumenteranno». Solo questo avrebbe subito lasciato quattrocentomila ucraini senza lavoro.

Yanukovich ha vacillato e poi, all’ultimo minuto, ha rifiutato di firmare l’accordo con l’Europa.

Engdahl:

Sdegnato per questa fuga dell’ultimo momento di Yanukovich, l’Occidente ha messo in moto i suoi fiancheggiatori. Per oltre un mese, Kiev è stata assediata da enormi folle che arrivavano in pullman da tutta l’Ucraina, facendo pensare alla nascita di una primavera araba anche nel lontano Nord.

Il senatore repubblicano John McCain è subito volato a Kiev, tenendo due comizi di fuoco contro Yanukovich: «È un presidente illegittimo. Il suo popolo non lo vuole».

Victoria Nuland, assistente al Segretario di Stato Usa, si è immersa tra la folla di piazza Maidan mangiando biscotti con i manifestanti, chiedendo, poi, agli oligarchi di sostenere la «causa europea», o i loro affari ne avrebbero sofferto.

Edward Lucas, direttore de The Economist International e uno dei nuovi guru della destra britannica, ha scritto:

Non è esagerato dire che l’Ucraina determini il futuro a lungo termine di tutta l’ex Unione Sovietica. Se l’Ucraina prenderà un orientamento euro-atlantico, allora il regime di Putin e quelli di tutti i suoi satrapi saranno finiti. Ma se l’Ucraina cadrà nella morsa della Russia, allora la prospettiva diventerà tetra e pericolosa. La stessa sicurezza dell’Europa sarà in pericolo. La Nato sta già lottando per proteggere i Paesi baltici e la Polonia dalle forze militari integrate e sempre più impressionanti di Russia e Bielorussia. Aggiungere l’Ucraina a questa alleanza, farebbe diventare il mal di testa un incubo.

tratto da popoff.globalist.it del 26 gennaio 2014.

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