La mattina mi sveglio all’alba e vado a lavorare

di Pietro Pasculli
Tra gli operai, si è fatta strada la credenza, ed accanto ad essa la rassegnazione, che lo stipendio di un lavoratore sia pari al lavoro svolto, al rapporto ore – lavoro.
Più recente invece, figlia della crisi, è la convinzione da parte dei padroni, o meglio l’autoconvinzione, che anche per via delle rivendicazioni salariali ed i diritti ottenuti in ambito lavorativo, si è vissuto al di sopra delle nostre possibilità e che quindi bisogna stringere la cinghia ed iniziare a tagliare proprio dal salario e dai diritti.
Quasi che la crisi fosse figlia del martello che si abbatte sulla catena di montaggio e non della catena di montaggio stessa che è padre della crisi di identità dell’uomo.
Ma sarà effettivamente così?
L’operaio guadagna quanto effettivamente egli produce?
Andiamo a controllare: quando il padrone decide, come per una missione del quale si fregia, di far crescere il nostro paese, ma che dico… la nazione, ma che dico… la tasca posteriore dei pantaloni, deve avere a disposizione del denaro, con il quale comprare le merci che una volta lavorate daranno vita ad un prodotto finito che, venduto, creerà profitto e quindi ulteriore denaro.
Le merci che il padrone compra sono: le macchine; le materie prime; e la forza lavoro (l’operaio – si si, l’operaio non è altro che trattato come una merce).
Una volta che il prodotto finito viene realizzato a quanto viene venduto?
Secondo quanto afferma l’economia classica, le merci finite sono vendute secondo il loro valore, cioè a prezzi corrispondenti alle necessarie quantità di lavoro contenute in esse.
Calcoliamo quindi i costi di produzione di una merce X.
Supponiamo che un operaio, che produce sedie, riesca a costruire in 8 ore di lavoro 1 sedia al giorno.
Questa sedia sul mercato viene venduta a 20.
Visto che il valore di una merce è uguale ai suoi costi di produzione calcoliamo i costi di produzione.
I costi di produzione sono dati dalle macchine, dalle materie prime, e dal salario del lavoratore.
Il lavoratore per le sue 8 ore di lavoro guadagna 5; supponiamo che il costo dell’utilizzo/deterioramento delle macchine giornaliero costi al padrone 3 ed il costo delle materie prime equivalga a 2.
Risultato: 20 – 10 (5 + 3 + 2 = costi di produzione) = 10
10 non è altro che il profitto guadagnato dal padrone (teniamo a mente che il padrone non guadagna mai lo stesso stipendio dal lavoratore salariato… ma noi dato che siamo buoni e fiduciosi nella bontà del prossimo abbiamo fatto il calcolo sul doppio.)
Alla fine abbiamo quindi che in 8 ore di lavoro il padrone ha guadagnato 10 (togliendo tutte le spese da lui anticipate) e l’operaio 5. Ma se il lavoratore con il suo lavoro ha fatto sì che quella merce acquisisse un valore aggiunto pari a 10 (così come affermano i nostri economisti, i quali riconoscono che solo attraverso il lavoro una merce può aumentare il proprio valore iniziale) perché l’operaio ha guadagnato 5?
Egli quindi ha guadagnato la metà di quanto effettivamente prodotto dal suo lavoro (l’operaio con il lavoro da lui svolto ha fatto sì che la merce acquisisse un valore pari a 10 e non a 5). Per dare ad una merce un valore pari a 5 e guadagnare quanto effettivamente prodotto, al nostro operaio servirebbe lavorare solo 4 ore… cioè la metà. Le altre 4 ore del lavoro non servono ad altro che ad accrescere il profitto del padrone senza che egli (l’operaio) ci guadagni niente.
Perché avviene questo?
Avviene perché, come detto sopra, l’operaio nel sistema capitalistico non equivale ad altro che ad una merce, e dato che le merci vengono valutate in base ai costi di produzione, i costi di produzione di un operaio sono i costi di sussistenza, cioè l’operaio guadagna il salario minimo che gli permette di mantenersi in vita e di riprodursi, perché l’operaio come una macchina si deteriora e procreando deve dar vita a tante altre piccole macchinine.

Ora vi lascio… devo andare a lavorare.

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