La passione del ricatto

di Vincenzo Colaprice

4.159.300 kg di polveri; 11.056.900 kg di diossido di azoto; 11.343.200 kg di anidride solforosa; 7.000 kg di acido cloridrico; 1.300 kg di benzene; 338,5 kg di idrocarburi policiclici aromatici; 52,5 g di benzo(a)pirene; 14,9 g di policlorodibenzodiossine (abbreviato in diossine) e policlorodibenzofurani; 280 kg di cromo III (cromo trivalente); 172.123.800 kg di monossido di carbonio; 8.606.106.000 kg di biossido di carbonio; 718.600 kg di composti organici volatili non metanici; 8.190.000 kg di ossidi di azoto; 7.645.000 kg di ossidi di zolfo; 157,1 kg di arsenico; 137,6 kg di cadmio; 564,1 kg di cromo; 1.758,2 kg di rame; 20,9 kg di mercurio; 424,8 kg di nichel; 9.023,3 kg di piombo; 23.736,4 kg di zinco; 15,6 g di diossine; 337,7 kg di idrocarburi policiclici aromatici; 1.254,3 kg di benzene; 356.600 kg di cloro e composti organici; 20.063,2 kg di fluoro e composti organici; 1.361.000 kg di polveri.

Queste sono le sostanze emesse dall’impianto siderurgico Ilva di Taranto nel 2010, secondo una perizia chimica dell’Associazione Italiana di Epidemiologia. Queste sostanze sono causa della media annuale di 1650 morti e 3857 ricoveri per cause cardiache, respiratorie e cerebrovascolari (ma per qualcun altro invece è colpa del fumo).

È la storia di un vero e proprio ricatto, quello che da anni divide in due non solo la città di Taranto, ma l’intero mondo del lavoro, il ricatto che scatena la cosiddetta “guerra tra poveri”, lo stesso che ormai regola costantemente i rapporti tra operai e padroni.

Ma quello che più indebolisce il mondo del lavoro è l’arrendevolezza, le armi deposte e sotterrate. Le tre grandi confederazioni sindacali spesso pronte a scendere a compromessi o disposte a fare il gioco dei padroni. La lotta di classe, che per molti è un termine antiquato, anacronistico e appartiene alla categoria ormai vuota della sinistra, continua e non è il movimento operaio a portarla avanti ma coloro che detengono mezzi di produzione e capitale. La forma più gettonata per operare pressioni ed ottenere vittorie? Il ricatto, appunto.

Tanti, troppi gli esempi. Storie che rispondono alla naturale e infantile fame di denaro dei grandi capitalisti, l’irrefrenabile necessità di lucrare sulla pelle degli uomini e di continuare la millenaria tradizione di sfruttamento dell’uomo sull’altro uomo. Il grande processo di smantellamento delle conquiste, grandi o piccole, ottenute nel XX secolo dal movimento operaio, iniziato negli anni ’90, prosegue con successo ed un esempio importante è senza dubbio rappresentato dalla riforma Fornero del 2011-2012.

L’uomo che senza dubbio ha suonato la riscossa per i grandi industriali è il Marchionne che, specie sulle vicende di Pomigliano, ha spesso adottato il ricatto del “riassumo tot operai ma ne devo licenziare tot altri”. Ma il tipo peggiore di ricatto è quello che mira alla disgregazione dell’ormai già fragile unità o solidarietà tra operai, oppure lo scontro tra blocchi di persone che mirano agli stessi obiettivi ma sono costretti a rinunciare o al proprio lavoro o alla propria salute.

La famiglia Riva, ha cavalcato ampiamente quest’ultimo tipo di ricatto. Solo la settimana scorsa dopo il secondo sequestro della magistratura di 916 milioni di euro per la vicenda tarantina dell’Ilva, i Riva, padroni della catena siderurgica in Italia, pur di evitare di perdere qualsiasi somma e tipo di capitale (come se dipendessero solo dagli impianti italiani, dato che ne hanno 36 in tutto il mondo) hanno annunciato la fine delle attività di tutti gli impianti legati a Riva Acciai mettendo sulla strada 1400 operai, per ora sospesi e dal futuro incerto ma non roseo.

L’obiettivo dei Riva? Mettere gli operai sospesi contro gli operai dell’Ilva, additare come responsabile unico la magistratura (spalleggiati anche dalla Uilm), costringere il governo ad intervenire, aprire magari una trattativa che alla fine si riveli vantaggiosa per i Riva, magari spingendo per salari da fame e spese minime. I Riva infatti ci riescono bene in questi scontri, come la “guerra tra poveri” già citata che vedeva scontrarsi gli ambientalisti e tutti quelli che reclamano il diritto alla vita e alla salute contro gli operai che in condizioni già precarie considerano d’oro il loro impiego.

Il ricatto si esercita anche per questioni politiche: non ultima la storia di Marco Zanframundo, operaio dell’Ilva e attivista dell’Unione Sindacale di Base, licenziato perché colpevole di aver denunciato le immutate e scarsissime condizioni di sicurezza sul lavoro, anche dopo la morte all’Ilva di Claudio Marsella quasi un anno fa. Una situazione simile è capitata a 32, tra ex operai Irisbus e attivisti, che si sono visti recapitare avvisi di garanzia per aver cercato di bloccare i cancelli dell’Irisbus di Flumeri (poi chiusa, come tutti sappiamo), per evitare l’uscita dei pullman.

La lotta è sempre di più un privilegio. Il ricatto è la parola d’ordine. Il compromesso è una vittoria.

Tutto sulla pelle degli operai, dei lavoratori, delle famiglie, delle donne e degli uomini.

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