L’esigenza di essere giovani e comunisti

di Vincenzo Colaprice

“Il comunismo è la gioventù del mondo” recitava un vecchio slogan. Ma oggi dov’è la gioventù? Annebbiati, smarriti, delusi, incerti, disincantati, disinteressati, qualunquisti. Questo è ciò che si prospetta agli occhi di chiunque voglia tracciare il profilo della gioventù di oggi. Non si può stare a guardare. Noi giovani non possiamo permettercelo. Non c’è tempo. Non ci si può perdere in futili sogni di successo e acclamazione proposti da quella fabbrica del conformismo rappresentata dalla televisione. Non è possibile inseguire la sfrenata corsa all’acquisto dell’ultimo capo firmato o dell’ultima e fiammante opera d’elettronica per sentirsi parte integrante della società. I giovani devono cambiare. Devono prendere coscienza di sé e delle proprie capacità e possibilità prima che della coscienza di classe. Interrogarsi. Offrire spunti critici. Capire perché la società ci propone questi modelli attraverso i mezzi di comunicazione e cosa c’è dietro ed oltre la moda e il consumismo più cieco e sregolato.

Per fare tutto questo non occorre essere geni o grandi esperti. Occorre aprire gli occhi, leggere, informarsi, studiare, con passione, determinatezza, consapevoli che la nostra lotta, le nostre idee possano davvero cambiare la società, il mondo, a partire dalle realtà locali. Gramsci disse ai giovani:

“Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza. Studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza”.

Oggi più che mai bisogna far tesoro di queste parole. Oggi più che mai c’è bisogno di essere comunisti, c’è bisogno di riscattarsi, di prendere coscienza di classe e di lottare con tutti i mezzi consentiti per evitare di lasciare la cosa pubblica nelle mani di faccendieri e uomini senza scrupolo, devoti al denaro e pronti al lucrare sul nostro stesso futuro. Cercano di penalizzarci, di ridurci a servi, di non farci capire, di distrarci. Tagliano su tutto, sulla scuola, sull’università, aumentano l’età pensionistica, smantellano l’articolo 18, attaccano i diritti dei lavoratori, trasformando l’Italia e tutte le altre nazioni da cosa pubblica a cosa privata. Ma i veri privati siamo noi! Siamo privati del futuro, del lavoro, della certezza di continuare a vivere saldamente nel nostro paese. Siamo costretti come sessant’anni fa ad emigrare. Questo è il grande balzo all’indietro compiuto dalle politiche neoliberiste, volte a concentrare sempre di più la ricchezza nelle mani di pochi uomini.
Oggi, più di sempre, c’è bisogno di essere comunisti, per allontanare le false speranze di movimenti qualunquisti e verticistici, per svegliare le coscienze vicine a partiti che di sinistra non hanno più niente. Essere comunisti significa rifiutare le logiche di partiti che soltanto all’apparenza, o meglio solo e soltanto in occasione delle elezioni, si propongono come il rinnovamento, come la novità o come “l’Italia giusta”. Ma quale rinnovamento?! Parliamo di partiti che sono incapaci di rinnovare se stessi, sono capaci invece di mantenere una classe dirigente improduttiva, tirannica, attaccata alla poltrona. I giovani questo spesso non lo capiscono e si lasciano ammaliare dalla freschezza del sorriso e della cadenza toscana di un Renzi, che appare come l’uomo che potrebbe cambiare il paese. Ecco, ma oltre l’estetica i giovani riescono ad andarci? Basta poco per capire quale sia l’idea politica di Renzi: un PD che sempre di più dal centro-sinistra si sposta al centro (ammesso che significhi qualcosa essere di centro-sinistra), si sposta dalla parte delle banche, dell’economia, degli industriali. E allora diventa facile capire come i giovani intendano la politica.
Le generazioni del post-muro di Berlino vivono costantemente sulla loro pelle e inconsciamente quello che è lo sgretolamento della politica e della tradizione marxista-leninista. Il comunismo viene considerato sconfitto, ma quanto sicuri di vivere nel mondo vittorioso? L’apparato e le nefandezze di stampo sovietico non sono da esaltare, ovviamente e significativo è anche l’atteggiamento di rifiuto dei partiti della nuova sinistra degli anni ’70-’80 nei confronti del governo di Mosca (dei quali Rifondazione coglie l’eredità). Ma il mondo è cambiato poco, anzi è peggiorato. Il capitalismo ha trionfato, ma i media, controllati da chi le ricchezze le possiede, fanno apparire come favolistico e/o naturale il dominio del dio denaro o, ancora, impercettibile agli occhi dei giovani.
Quindi si può delineare un ritratto delle generazioni nate negli anni ’90. I giovani che si impegnano politicamente, con qualsiasi colore politico, sono un’esigua minoranza. Poi ci sono i disinteressati, i qualunquisti, i “per me sono tutti uguali”, l’ampissima maggioranza. Ci sono quelli cresciuti a pane e Mediaset, che difendono strenuamente la “azzurra libertà”, non la loro di libertà, ma quella di un solo uomo, settantenne, preso a modello ed esaltato per le sue illecite avventure politiche, imprenditoriali e sessuali. Ci sono quelli convinti di votare l’Italia migliore, “giusta”, sono convinti di votare la migliore classe dirigente possibile, sono convinti che questi uomini possano risolvere i problemi del paese. E poi ci sono i comunisti, i giovani comunisti, etichettati come “pazzi, indottrinati, sfigati”. Noi siamo sicuramente fieri di queste etichette a fronte di giovani incapaci di reagire, di rendersi conto che l’industria del consenso e del divertimento distrae le loro menti, incapaci di comprendere che capitalismo, sfruttamento, proletariato, lotta di classe sono parole attualissime ma abilmente mascherate o evitate dai media perché attraverso di loro passa l’ideologia più vitale per il neocapitalismo: l’idea della “bontà” del sistema e della “felicità” degli individui eterodiretti che lo costituiscono. La lotta allora va ripresa. La lotta riparte da Marx, da Engels, da Lenin, da Gramsci.
Noi giovani comunisti dobbiamo continuare a lottare con ogni mezzo e su ogni campo, consci di poter essere ancora un’isola felice, una speranza in questo mondo malato. Un mondo dove vale la logica dello sfruttamento dell’uomo sull’altro uomo, soprattutto oggi che il capitalismo ha affinato le proprie armi rendendoci una minoranza, facendo apparire a tutti normale l’anormale. Bisogna oggi riprendere la lunga marcia verso il sovvertimento di questo sistema, senza paura, fieri del nostro essere comunisti ma aperti anche all’esterno, evitando i settarismi, sempre pronti a mostrare la nostra visione del mondo e a discuterla. Lottare è la parola chiave.

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