No affari con le trivelle? No PD!

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Proponiamo una rassegna di articoli per spiegare al meglio le ragioni che ci inducono ad appoggiare il Sì al referendum del 17 aprile, per chiarire gli intricati legami tra politica, profitto ed economia che ruotano attorno al petrolio, per discutere delle ambiguità e del palese boicottaggio operato dal governo Renzi.


 

“Senza fondo”

di Norma Rangeri (da il manifesto del 02/04/2016)

Una trivella sul governo. Quale governo affiderebbe il ministero della salute a un industriale farmaceutico? Il governo di Matteo Renzi ha consegnato il ministero dello Sviluppo economico alla rampolla della famiglia Guidi, industriale modenese legato alle commesse di numerose compagnie pubbliche (Enel, Poste, Ferrovie). Il difetto sta nel manico. Il conflitto di interessi non è la conseguenza di un comportamento scorretto dell’ex ministra Federica Guidi. È la premessa della scelta di un presidente del consiglio che, anche sotto questo particolare aspetto del rapporto tra affari e politica, si dimostra come un perfetto esemplare del berlusconismo di seconda generazione.
Quale governo affiderebbe il ministero della salute a un industriale farmaceutico? Il governo di Matteo Renzi ha consegnato il ministero dello Sviluppo economico alla rampolla della famiglia Guidi, industriale modenese legato alle commesse di numerose compagnie pubbliche (Enel, Poste, Ferrovie).
Certamente senza le intercettazioni, scattate per un’inchiesta sul malaffare del giacimento petrolifero in Basilicata, non avremmo avuto la prova di un ministro che usa a fini (lucrosi fini) privati un potere politico, ma l’incompatibilità, tutta politica, era sotto la luce del sole. Una ministra nata male e finita peggio. La responsabilità di questo avvitamento del governo intorno alla questione morale è tutta intera del presidente del consiglio, impermeabile e sordo sui rischi del conflitto di interessi. Come dice anche l’altra clamorosa vicenda bancaria che ha coinvolto la ministra Boschi, il cui nome entra in queste intercettazioni sul caso Guidi. Sapeva, Boschi, che il compagno della collega Guidi era direttamente coinvolto in quell’emendamento che lei stessa ha timbrato nel passaggio della legge di stabilità? Se lo sapeva dovrebbe dimettersi anche lei, se ne era all’oscuro allora non è all’altezza del compito che le è stato assegnato. Nelle dimissioni di Guidi si condensano inoltre una serie di effetti a valanga sul governo. Ne prendiamo in considerazione uno, il più vistoso.
Questo gravissimo scandalo ministeriale avviene mentre è in corso una campagna referendaria contro le trivellazioni petrolifere. Avviene proprio quando il presidente segretario schiera il suo apparato di potere, nel partito e nel governo, in favore dell’astensione per far fallire il referendum. E fa questo contro l’opinione di una larga parte del Pd, contro molte regioni promotrici della consultazione popolare, contro ogni dovere civico di partecipazione democratica. Autorizzando così i peggiori sospetti sui rapporti tra lobby petrolifera e Palazzo Chigi. Del resto proprio un autorevole esponente del Pd, Ermete Realacci, si è espresso con toni assai critici verso la linea astensionista del partito democratico. Senza farne una questione né ideologica, né pratica, ma simbolica, Realacci, dichiarando il suo «sì» per l’appuntamento del 17 di aprile, prende di petto la sostanza, che è il modello di sviluppo basato sull’energia fossile. Facendo dimettere subito la ministra Guidi, Renzi stringe i bulloni del governo perché sa che non avrebbe potuto reggere un’ora di più un simile scandalo senza esserne travolto. Pensare che con le dimissioni il caso sia risolto sarebbe un errore. Renzi ha solo tappato una falla.

Greenpeace: la maggior parte delle piattaforme nei nostri mari sono solo ferro vecchio
(da helpconsumatori.it)
“Abbiamo deciso di fare chiarezza: le piattaforme interessate dal referendum del 17 aprile sono ferrovecchi che nella maggioranza dei casi estraggono nulla o poco più e che non versano neppure un centesimo nelle casse pubbliche”. Così dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace. Mentre mancano solo 17 giorni all’appuntamento referendario, le organizzazioni ambientaliste continuano a darsi da fare per dimostrare ai cittadini (e alla politica) la necessità di abrogare le concessioni per le trivellazioni petrolifere nei nostri mari. Oggi, il compito di alzare il livello di attenzione, nella speranza di colmare il vuoto informativo che la politica sta contribuendo a creare sull’argomento, lo ha assunto GreenPeace. Osservando i dati delle piattaforme petrolifere situate a 12 miglia marine dalla costa, l’associazione ha scoperto che il 73% sono non operative, non eroganti o erogano così poco da nonversare neppure un centesimo di royalties alle casse pubbliche.“Vecchie spilorce”, così vengono definiti gli impianti presi in esame da GreenPeace, che in tre casi su quattro hanno esaurito totalmente il loro ciclo industriale (35 casi su 88 esaminati). Altre 6 piattaforme risultano “non operative” e 28 sono classificate come “non eroganti”. Ne consegue, continuano dall’associazione, che l’unico scopo per cui il 40% di queste strutture restano ancora in mezzo al mare è per fare ruggine.

Tra quelle che sono ancora in grado di estrarre qualche goccia di petrolio, 29 ne producono così poco da restare sotto la soglia della franchigia (pari a 50 mila tonnellate per il petrolio, 80 milioni di metri cubi standard per il gas) che esenta i petrolieri dal pagamento delle royalties. Non un centesimo di introito per le casse dello Stato, dunque.

In definitiva, restano solo 24 piattaforme (di cui una di supporto) che estraggono abitualmente idrocarburi al di sopra della franchigia: appena 27% delle piattaforme entro le 12 miglia.

Per Greenpeace è quindi “urgente smantellare le altre 64 strutture – alcune vecchie più di 40 anni – che hanno palesemente esaurito il loro ciclo di produzione e che devono essere rimosse prima che il mare e la ruggine provochino cedimenti nella struttura, con il rischio di causare disastri ambientali”.


 

Rifiuti, traffico illecito nel Centro Oli dell’Eni di Viggiano

(da helpconsumatore.it)

Traffico e smaltimento illecito di rifiuti. È questa l’accusa mossa a 5 funzionari e dipendenti del Centro Oli dell’Eni di Viggiano (Potenza) in Basilicata, dove viene trattato il petrolio estratto in Val d’Agri. Gli indagati sono stati posti agli arresti domiciliari e sarebbero stati eseguiti anche due decreti di sequestro nel Centro Oli. Interpellata, Eni non commenta e spiega che i legali del gruppo stanno analizzando la situazione e quando il quadro sarà completo saranno forniti commenti. Legambiente commenta: “Petrolio e rifiuti, filiera oscura e dannosa per il territorio”.

“L’efficace attività operativa del Noe ha permesso ancora una volta di fare chiarezza in una vicenda relativa all’attività organizzata per il traffico e lo smaltimento illegale dei rifiuti. A rendere più gravi questi arresti, il fatto che riguardano attività inerenti lo smaltimento delle acque provenienti dalle lavorazioni petrolifere, delineando uno scenario particolarmente preoccupante per la salute dei cittadini e la salubrità dell’ambiente e gettando ancora una volta l’ombra sulle attività dell’Eni in Val d’Agri, di Tecnoparco in Val Basento e di un sistema pubblico ormai chiaramente incapace di svolgere un autorevole servizio di controllo e monitoraggio ambientale. Quella del petrolio si conferma una filiera oscura e foriera di distorsioni che danneggiano pesantemente i territori”.

Così la presidente nazionale di Legambiente Rossella Muroni ha commentato gli arresti ricordando che si tratta dell’ultima delle 296 inchieste relative al primo delitto ambientale introdotto nel Codice penale nel 2001, che fino ad oggi ha prodotto 1.562 ordinanze di custodia cautelare, 7.173 persone denunciate, con il coinvolgimento di 866 aziende.

“Oggi l’illegalità ambientale può essere contrastata con maggiore facilità anche grazie alla legge sugli ecoreati in vigore dal maggio dello scorso anno – ha continuato Rossella Muroni -. Norma che abbiamo chiesto per oltre 20 anni e che già oggi, a pochi mesi dall’entrata in vigore, ha prodotto enormi risultati a totale beneficio di ambiente e cittadini. Ma non basta. Serve liberare i territori dalla schiavitù delle fonti fossili, ed è per questo che il referendum del 17 aprile potrà dare un enorme contributo alla tutela dell’ambiente e allo sviluppo di un futuro pulito”.

 

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