Per una politica agro-alimentare nella Murgia nord-barese

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di Angelantonio Minafra

  • Punti di forza e limiti della agricoltura locale

I punti di sviluppo di potenziale interesse per l’agricoltura del Nord barese derivano sia dall’attitudine storica per le colture legnose che dalle “costrizioni” provenienti dalle caratteristiche pedo-climatiche del territorio, che vanno assecondate al meglio a livello di colture “possibili” nell’ambiente collinare anziché stravolgere prodotti e processi, che forse incrementano il valore aggiunto, ma con aggravi di costi energetici, irrigui e ambientali e intensivizzazione del lavoro( come ad esempio serre e viticoltura da tavola). La incentivazione della qualità non deve essere una parola magica da utilizzare per coprire difetti di programmazione, che competono ad una politica trasparente, partecipata e razionale, ma deve seguire investimenti  di sapere, risorse umane e materiali, e pratiche di coordinamento associativo, lungo tutte le fasi, dalla ideazione del prodotto alla sua commercializzazione. Lo sviluppo del biologico (fresco e trasformato), come anche la possibile creazione di un marchio consortile “Parco della Murgia”, hanno la possibilità di inserirsi in modo positivo e proficuo – pensando su scala medio-piccola – nel processo di ammodernamento di colture tradizionali  e in nuove colture da trasformazione ad elevato valore aggiunto e a ridotto investimento (ad es. apicoltura, conserve di ortofrutta).

Ma preliminare deve essere la capacità sociale di “credere” radicalmente in quest’uso del territorio, liberato dal circolo vizioso “alti costi produttivi- eccedenze- sovvenzioni” che,  senza sognare isole felici da ecologismo romantico, garantisca un futuro diverso a quello inscritto fra sfruttamento intensivo e abbandono/degrado. Non a caso, in epoca di eccedenze, l’intera Politica Agricola Comunitaria disegna strategie basate sulla sola indennità di insediamento ambientale e riduzione della capacità produttiva: curare il territorio e il paesaggio, ridurre sprechi produttivi a carico della collettività (inquinamento, energia , trasporti, acqua, etc) puntando su visibili incrementi della qualità dei prodotti e dei consumi e sulla tenuta idrogeologica.

E’ utile rimarcare anche i limiti da cui si parte e sapere come incidere: a) la estrema frammentazione della proprietà, che magari si fonda (ancora per quanto?) su un utilizzo capillare della forza lavoro part-time ma con efficienza e rendimenti discutibili; b) la scarsa capacità di innovazione e di investimento e conseguente arretratezza tecnologica (sulla tipologia dei prodotti da presentare ai mercati, sull’abbattimento dei costi non solo dal versante del lavoro applicato, sulle materie prime, sull’eccesso di chimica – diserbo, antiparassitari, post-raccolta – ); c) la assenza pressoché completa di una rete pubblica di assistenza tecnica, dotata di preparazione e aggiornamento, in grado di intervenire in aiuto delle aziende dall’impianto alla vendita del prodotto (vedi esempi come Spagna o California).

  • La cooperazione e la commercializzazione nell’agro-industria

L’appesantimento del settore attraverso tare burocratiche, clientelari e corporative, riduce la risposta agli stimoli , anche positivi, che vengono dalla competizione e dalla concorrenza. Esiste una ridotta trasparenza che ostacola gestione e partecipazione sociale alla attività delle imprese cooperative. L’innovazione è sentita come un fardello funzionale solo per pochi che se ne avvantaggiano e pochissimo viene curata la formazione tecnica permanente sia dei “quadri manageriali” che della base produttiva.

Esiste ancora una catena di controllo burocratico-amministrativo nella gestione dei fondi pubblici, per decenni costitutivamente legata alla politica regionale, che, anche attraverso le cooperative e i sindacati di categoria, ha guidato le scelte produttive del territorio non in funzione della efficienza e degli sbocchi di mercato, ma quasi unicamente per “accontentare” e tenere legato un ceto produttivo alle esigenze della politica. Quando questo meccanismo si è rivelato inadatto ad affrontare la crisi dei prezzi e l’incremento dei costi, una nuova strategia e una prospettiva diversa non sono ancora maturate sia nella politica, che deve guidare solidamente e con lungimiranza i processi, sia nella consapevolezza collettiva dei produttori e dei consumatori.

Altro motivo di preoccupazione risiede nella catena della distribuzione. La compravendita dei prodotti agricoli freschi non è più remunerativa, e non solo per i troppi passaggi di intermediazione: non ha la necessaria flessibilità per trovare nuovi sbocchi di mercato ( che richiede pezzature, controllo di qualità, imballaggi, tempistica), non si impone con una quantità minima contrattata e garantita, non può rispondere ad una programmazione pluriennale. Esito di questo fenomeno, già noto per altri paesi, è che la produzione agricola è destinata ad essere sempre più assorbita dalla grande distribuzione e che gli agricoltori finiscono, nel bene e nel male, per fare i dipendenti delle multinazionali, a condizioni e prezzi che ovviamente non decidono loro.

  • Il possibile ruolo di un “Consorzio agro-alimentare Parco della Alta Murgia”

Come si è detto, molti produttori medio-piccoli potrebbero essere motivati e indirizzati verso una produzione di qualità (biologica o integrata). Questa potrebbe conferire una massa critica e una caratteristica omogenea e identificabile a prodotti deperibili dispersi nel mercato. Un marchio di qualità e una accorta promozione, farebbero la differenza sostanziale fra la buona volontà e l’intelligenza dei singoli produttori e una rete organizzata di scelte che partono dal campo e finiscono al consumatore. Ma un marchio non basta e un Consorzio rischia di essere o una scatola vuota o peggio un nuovo soggetto intermedio che grava sui produttori. Senza disciplinari chiari e condivisi, senza una logica comune coordinata dall’ente pubblico, senza un profondo rinnovamento culturale degli operatori, e infine senza verifiche e sanzioni, andremmo a creare l’ennesimo carrozzone inutile o persino dannoso.

Lo sviluppo di tecniche di gestione integrata (a bassi consumi e impatto ambientale, con ridotti interventi di pesticidi), l’analisi dei residui dei prodotti chimici impiegati, la certificazione di qualità igienico-sanitaria, la rispondenza ai requisiti dei disciplinari di produzione (tracciabilità, proprietà d’impiego delle materie prime, processi di lavorazione), l’adeguata flessibilità degli impianti di trasformazione non possono essere solo lasciati sulla carta come principi. Occorre creare un nuovo ruolo per tecnici e manager all’altezza del compito e verificarne puntualmente la rispondenza ai bisogni e al mutamento delle esigenze. Obiettivo centrale di questo processo deve essere la definizione di disciplinari di produzione tecnicamente validati per ciascuna filiera (orticoltura da consumo fresco, frutta trasformata, prodotti caseari, etc)  e rispondenti alla esigenza del consumo consapevole e maturo che ricerca prodotti di nicchia di elevata qualità. La certificazione di qualità deve essere svolta da organismi indipendenti e riconosciuti (unioni di consumatori , agenzie accreditate di analisi dei prodotti, associazioni come Slow food o altro).

Il grado di coinvolgimento e partecipazione dell’Ente Parco nella attività del Consorzio per i prodotti agro-alimentari tipici deve essere forte: il Parco, le sue strutture, immagini  e potenzialità, la sua imprescindibile qualità ambientale sono la vetrina per il lancio dei suoi prodotti agro-alimentari, che a loro volta devono essere credibili e garantiti. Ma se i produttori locali e le cooperative non ne colgono e sfruttano le opportunità in pieno, la colpa è della cattiva politica, che a parole disegna scenari da imbonimento senza credere in quello che dice o addirittura operando nei fatti il contrario.

  • Proposte per una azione partecipata su scala comunale e di comprensorio

Una gestione democratica della Amministrazione Comunale, alla luce di quanto detto, deve in tempi relativamente brevi, attrezzarsi, di concerto con gli Enti territoriali, a gestire una presenza che finora è gravemente mancata. Non solo carte e burocrazia, ma conoscenza reale del territorio e rispetto per il lavoro e la dedizione di chi opera con costi umani sempre crescenti e remunerazioni non gratificanti. Ci sentiamo di avanzare qualche proposta, e qualche impegno preciso, da discutere nel prossimo futuro con gli operatori, le categorie professionali, le cooperative e le aziende di trasformazione.

  1. L’istituzione , nell’ambito dell’Assessorato per le Attività Produttive, di un Ufficio Agricoltura e Ambiente degno di questo nome, dotato di un gruppo di tecnici (agronomo, periti agrari, ingegnere ambientale) selezionati per concorso e titoli. Tecnici che abbiano un coinvolgimento diretto nella risposta alle  domande dei produttori e che siano in contatto permanente con le istituzione della ricerca e della sperimentazione agraria: che svolgano cioè una vera e propria consulenza per l’innovazione a servizio delle piccole e medie aziende. Pratiche produttive improntate alla sostenibilità ambientale dovranno essere capillarmente diffuse, come la difesa fitosanitaria integrata per ridurre al minimo l’impiego di antiparassitari, l’uso di varietà  e forme di allevamento che non richiedano sprechi di fertilizzanti e risorse idriche, l’uso di consociazioni e rotazioni che razionalizzino l’impiego  di attrezzature e forza lavoro.
  2. Uno sportello informativo per le piccole imprese per la gestione trasparente dei bandi sui finanziamenti, delle pratiche contabili, dei progetti di adeguamento alla normativa comunitaria, per le modifiche delle infrastrutture (impianti irrigui, meccanizzazione, viabilità rurale, difesa del suolo) che non possono essere più lasciate al caso ma vanno guidate e verificate con una visione d’insieme.
  3. La gestione pilota delle terre demaniali di proprietà comunale, prime fra tutte le aree boschive. Lo stato dei boschi presenti sul territorio comunale è drammatico per il degrado e l’abbandono: laddove non sono divenuti ancora discariche o sottoposte permanentemente alla minaccia di incendi, l’assenza di razionali pratiche forestali, ovviamente non a fini produttivi ma di semplice persistenza della integrità ecologica, di manutenzione della viabilità interna (piste ciclabili, tratturi per percorsi guidati), di riattamento dei muri a secco per la perimetrazione e la regimazione delle acque produrrà a breve uno scempio simile a quello che nei secoli scorsi ha prodotto il disboscamento per strappare terre coltivabili (ed ora per lo più abbandonate). Una straordinaria risorsa ecologica, incastonata nel Parco, che può divenire un motivo di attrazione e interesse per un “agri-turismo” rispettoso e attento, viene stretta d’assedio dal cemento delle villette abusive, dalla sporcizia, da un uso episodico e incontrollato. Noi chiediamo che si inverta la tendenza e che cresca l’attenzione e le risorse pubbliche impiegate in direzione della tutela e della corretta valorizzazione.
  4. La questione del lavoro. Non va taciuto il ricorso crescente e non sempre trasparente alla manodopera extra-comunitaria per i lavori agricoli. L’Amministrazione pubblica può e deve svolgere un ruolo di controllo e di integrazione dei lavoratori extracomunitari, di concerto con i sindacati, per verificare la regolarità delle pratiche di impiego e le condizioni generali della loro permanenza. D’altro canto la formazione tecnica permanente dei nostri lavoratori agricoli deve essere incentivata, facendo in modo che la qualificazione tecnica sia un discrimine positivo per l’impiego presso le aziende.
  5. Una strategia innovativa per l’agro-alimentare ha bisogno di “spazio” adeguato. L’individuazione di una area per le attività agro-alimentari e la sua dotazione di infrastrutture modulari deve diventare una urgenza imprescindibile. Non si deve pensare al “tutto subito” , che sarebbe una specie di cattedrale nel deserto di cui non si ha bisogno. Ma di un disegno strategico da riempire di contenuti e da supportare costantemente con l’azione pubblica. Aree per capannoni e impianti di refrigerazione e stoccaggio, viabilità di raccordo alle linee di trasporto (perchè non ipotizzare una connessione su rotaia alla linea ferroviaria esistente, da coinvolgere nel trasporto commerciale?), un centro direzionale con laboratori di analisi per la qualità e uffici per la rappresentanza e la promozione, una mostra-mercato permanente da inserire negli itinerari di pubblicizzazione turistica, spazi adeguati per un eventuale dislocamento e potenziamento delle cooperative di trasformazione (vitivinicola e olearia).

Noi crediamo fortemente che attraverso una volontà politicamente fondata e uno sforzo pubblico e privato per il reperimento delle risorse anche quelli che possono sembrare sogni, meritino di trasformarsi in realtà. Dare valore alle risorse esistenti, umane e materiali, dare una prospettiva alle generazioni future perchè non abbandonino questa terra ma la facciano rifiorire alla luce delle nuove necessità e conoscenze, crediamo debba essere il cammino collettivo della politica per cui ci battiamo.

 

 

 

Pensieri su “Per una politica agro-alimentare nella Murgia nord-barese

  1. A parte l’idea terrificante del Consorzio, che come hai previsto diventerebbe facilmente l’ennesimo carrozzone clientelare a carico di tutti – su tutto il resto siamo assolutamente d’accordo.

    L’ostacolo che resta è superare recinti e barriere artificiali per fare massa critica democratica.

    Anche la politica ha bisogno di un nuovo equilibrio idrogeologico.

    Anche la politica è stata desertificata dqgli slogan e dalle prassi contrarie.

    Anche la politica ha bisogno di essere di nuovo fertilizzata, positivamente contaminata con esperienze diverse, e resa così produttiva. Pragmatica. Efficace. Nutriente per tutti.

    Saremo in grado? Speriamolo. 🙂

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