Quello che si può fare

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di Vincenzo Colaprice

Ottobre 1951, Calabria, Sicilia e Sardegna: 70 morti; novembre 1951, Polesine: 84 morti; ottobre 1954, Salerno: 318 morti; novembre 1966, Firenze: 34 morti; ottobre 1970, Genova: 44 morti; luglio 1987, Valtellina: 53 morti; novembre 1994, Piemonte: 70 morti; maggio 1998, Sarno: 159 morti; ottobre 2000, Piemonte: 23 morti; ottobre 2009, Messina: 36 morti; ottobre-novembre 2011, Cinque terre e Genova: 18 morti; novembre 2013, Sardegna: 16 morti.

Sembra un bollettino di guerra, un bilancio delle perdite di eserciti che si scontrano da più di sessant’anni. Queste cifre rappresentano e fanno riferimento solo ai più nefasti casi di alluvioni, verificatesi in Italia dalla nascita della Repubblica ad oggi. Una costante autunnale e invernale che esprime la fragilità dell’assetto idrogeologico italiano.

Su 8.093 comuni italiani, 6.633 comuni, ben l’82%, sono a rischio idrogeologico e i territori che più ne soffrono sono la Calabria, la provincia di Trento, il Molise, la Basilicata, l’Umbria e la Valle d’Aosta (il 100% dei comuni di questi territori sono a rischio idrogeologico), mentre la regione che soffre meno è il Veneto (il 56% dei comuni veneti sono a rischio).

Conoscere questi dati pochi giorni dopo l’alluvione che ha colpito la zona nord-orientale della Sardegna causando 16 vittime, è sconcertante. Una nazione completamente a rischio e che vede sempre di più intensificarsi i fenomeni di inondazioni e alluvioni, ma inerme. L’unico strumento di cui il paese si può avvalere è il PAI (Piano per l’Assetto Idrogeologico), che individua le zone a basso, medio ed alto rischio e segnala le zone fondamentali su cui intervenire. Ma così come in Italia la maggior parte delle opere vengono lasciate a metà, allo stesso modo il PAI resta fine a se stesso e inutilizzato. Non possiamo discutere quindi sul tema del “si poteva evitare” o meno. Si può senza dubbio discutere su quel che si poteva fare prima dell’ennesima alluvione e di quello che ancora si può fare e di quanto può essere utile.

Nell’epoca delle ricette neoliberiste, con la forzata riduzione del ruolo dello Stato all’interno dell’economia e dell’ambito della gestione dei servizi pubblici (a favore dei privati) e la vorace ricerca di profitto, si può comprendere benissimo come non convenga prevenire questi fenomeni ed evitare perdite umane, piuttosto conviene lavorare sul dopo-catastrofe, perché è da lì che è possibile ricavare profitti. Non a caso in un articolo comparso su il manifesto del 21 novembre, l’economista e sociologo Tonino Perna ha scritto:

Tanti hanno affermato che prevenire costerebbe molto meno che ricostruire e riparare i danni post-catastrofe. Giusto, ma solo in una visione ideale, che non tiene conto del tasso di profitto e dell’incentivo a investire. La prevenzione richiederebbe interventi capillari sul territorio, opere di ingegneria naturalistica e una pluralità di tecnici, piccole e medie imprese specializzate, operai idraulico-forestali che finalmente verrebbero utilizzati per la funzione per cui sono stati assunti. […]

Invece, l’intervento post-catastrofe è un affare dal punto di vista economico e politico, fa girare molti più soldi, più tangenti, più extraprofitti, allarga le reti clientelari della classe politica locale e nazionale. La dichiarazione dello «stato di emergenza» è un grande business. Un esempio per tutti: il terremoto dell’Aquila. Chi non ricorda le risate notturne dei due imprenditori appena appresa la notizia della catastrofe? Ma, pochi sanno che, grazie al terremoto, nel triennio 2010-2013 l’Abruzzo è la sola regione italiana in cui sono aumentati fatturato e occupazione nell’edilizia, che sono letteralmente crollati nel resto d’Italia.

Edilizia ed abusivismo sono due concetti talmente legati l’uno all’altro e talmente capaci di tenere salda e, allo stesso tempo, ampliare la clientela (e di seguito il bacino elettorale), tanto da evitare un qualsiasi tentativo di mettere in sicurezza il territorio e da allontanare ogni tentazione di salvare future e probabili vittime. L’abbandono delle campagne, il disboscamento, la mancata pulizia di fiumi, torrenti e canali e i lavori per evitare smottamenti e frane, sono problemi che possono attendere quando c’è la possibilità di guadagnare sulle future sciagure.

Con un tasso di disoccupazione al 12,2% non si può non pensare al fatto che questi eventi, queste morti, queste catastrofi che mettono in ginocchio intere province possono essere evitate semplicemente facendo quei lavori che i nostri territori a rischio idrogeologico richiedono. Pensare che sia possibile creare posti di lavoro (coinvolgendo giovani laureati, tecnici, geologi, ingegneri, esperti, artigiani, operai, imprese) per salvare l’Italia e salvare future e probabili vittime è più che giusto. È un dovere ed è uno degli obiettivi che il Piano per il Lavoro e l’Economia Ecologica e Solidale, lanciato da Rifondazione Comunista, si pone (con lo scopo di creare nuovi posti di lavoro) ed è stato uno dei punti riguardanti l’ambiente presenti soltanto nel programma di Rivoluzione Civile per le elezioni politiche di febbraio, mentre altri partiti che avevano elevato l’Italia a Bene Comune cercano di cavarsela tuttora tra complicità con i padroni di uno dei più grandi impianti produttori di morte del sud e treni merci diretti in Francia che attraversano una valle ed una regione ad altissimo rischio idrogeologico.

La questione non è, in definitiva, se “si poteva evitare” o meno e la soluzione non sta neanche nel vergognoso trasferimento delle colpe o delle responsabilità su chi ha presieduto o presiede determinate cariche. La questione è creare lavoro per salvare una paese, un popolo e dei territori per sconfiggere il profitto e i guadagni dei soliti noti.

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