Ruvo bene ‘comune’? Spazi aperti, spazi vuoti e solitudini a sinistra

di Angelantonio Minafra

Se vogliamo sintetizzare la situazione politica del nostro Comune vista da sinistra, il titolo, che può sembrare oscuro, è soltanto una fotografia della realtà. Una visione cruda, realistica, per niente affatto pessimistica.

La difficoltà di costruire una presenza politica ‘critica’ verso gli equilibri di potere costituiti (una classe dirigente permanentemente insediata e apparentemente conflittuale, una ‘società civile’ di tecnici e intellettuali per lo più dedicata alla difesa del proprio interesse particolare) e capace di ascoltare e rappresentare i lavoratori e i bisogni sociali non nasce dal disinteresse e dalla cattiva volontà di questi ultimi, ma nel rinchiudersi della politica nelle piccole pratiche di amministrazione di ciò che esiste, senza nessuna ambizione di modificarle. Modificare la situazione esistente significa alzare la voce contro il conformismo, l’accondiscendenza e la clientela e nessuna amministrazione potrebbe incidere in maniera indolore sulle ‘esigenze’ di pezzi del proprio elettorato (i dehors?, i loculi cimiteriali?, i lavori in somma urgenza?, i piccoli contributi ad eventi sport-cultura-e-spettacolo?) e creare discontinuità significative. Restiamo, tutti, prigionieri di una continuità con un passato che permane, come modo di pensare e come pratica quotidiana e che ci sembra l’unica difesa ad un presente che non riusciamo a gestire.

Non che manchi un fiorire (e tramontare) di esperienze associative che si sforzano di guardare avanti e disegnare un futuro migliore. Quello che manca è la politica che individua i soggetti sociali al tempo della crisi (studenti, disoccupati, intellettuali precari, giovani operai sottopagati) li educa, spiega loro ragioni e interessi nascosti nelle scelte del potere, ne organizza protesta e proposta e rimedia qualche risultato positivo che ne incoraggi la lotta.

Analizzare le contraddizioni sociali della attuale amministrazione di centro-sinistra, a cui pure la sinistra partecipa ma senza particolare affezione, è un esercizio utile.

Il nodo dei nodi è l’edilizia. Tutto ruota attorno all’acquisto o possesso dei suoli edificabili (la rendita di posizione è mai stata un investimento produttivo socialmente utile?), alle ‘spinte’ per la loro valorizzazione ovvero inserimento in aree di espansione urbana, alla realizzazione di volumetrie costose e largamente eccedenti i fabbisogni abitativi reali. Lo sviluppo di una città è tutto qui? Ma, si dice ed in parte è vero, le maestranze e i tecnici devono lavorare, il reddito prodotto è un volano necessario al commercio, l’artigianato dell’indotto si rafforza. Tuttavia non ci si può espandere in eterno, progettare una città ‘obesa’ in perenne crescita di asfalto e cemento, che sottrae per sempre suolo all’agricoltura e non valuta attentamente recupero e manutenzione. E’ la legge della speculazione e del profitto, chi la contesta sembra quasi che si emargini da solo. Da essa nasce la ragione sociale dei contenziosi sugli espropri: dalla necessità di dare una casa a prezzi ragionevoli alle famiglie con redditi da lavoro dipendente, a prescindere dalla proprietà dei suoli e dal loro valore. L’uso sociale della proprietà di cui parla la Costituzione repubblicana! Ma la legge la fanno i padroni e non gli sfruttati e la cosa è servita soltanto a qualche ex-democristiano a farsi un paio di campagne elettorali sulla pelle degli assegnatari delle cooperative. Molti dei politici che da allora sapevano e acconsentivano continuano a sedere in Consiglio Comunale.

La vera questione dello sviluppo è quella del lavoro e le opportunità non le può creare da solo il Comune: precario, nero, privo di una vera prospettiva di mercato e di espansione. Ma una amministrazione di sinistra ha l’obbligo di disegnare un futuro che non sia solo minimo assistenzialismo. Con la compressione degli sprechi, con le necessarie economie, con i fondi recepiti dai progetti ben costruiti per applicare ai bandi comunitari, il Comune può attivare mille risorse e attività di supporto alla produzione, commercializzazione e formazione del personale.

Parliamo di centinaia di migliaia di euro, non di spiccioli come i 47 mila euro dati a sostegno delle scuole paritarie dell’infanzia. Perché a Bologna la sinistra è stata capace di porre con forza la questione e di sviluppare scelte conseguenti e a Ruvo non si può nemmeno chiedere come questo sostegno incide sui bilanci delle scuole private? La sinistra ha delle priorità e la scuola pubblica, sostenuta fino all’ultimo centesimo, è una di queste?

Non è una battaglia di principio nemmeno quella sulla gestione dei rifiuti urbani o quella del risparmio energetico e della produzione di energie rinnovabili. Disfarsi dei rifiuti nelle discariche, ripartendone i costi del servizio sui cittadini quali essi siano, è la cosa più facile. Gestire una accurata raccolta differenziata e smaltimento, produrre biomasse dal residuo organico in esperimenti pilota, dotarsi di piccoli impianti fotovoltaici per la produzione di elettricità sui tetti degli edifici pubblici, richiede invece uno sforzo di controllo ed elaborazione a cui non è sufficiente la macchina burocratica e amministrativa ma la cooperazione di tecnici, operatori e cittadini. Esempi virtuosi da cui imparare non mancano.

La stessa volontà collettiva di intervento richiede la gestione dei terreni agricoli di proprietà del Comune, che sono visti come un fardello di cui disfarsi anziché una risorsa da utilizzare al meglio. La prospettiva di avere un parco urbano attrezzato, con piste ciclabili e percorsi didattici, un intervento qualificato verso l’agricoltura biologica e la produzione di trasformati ad alto valore aggiunto e con certificazione di qualità deve coinvolgere non solo tecnici e imprenditori consapevoli ma l’intera cittadinanza, capace di riappropriarsi per davvero di un suo bene comune. L’ipotesi di una Fondazione che si cimenta su questo terreno è una provocazione, come un sasso in uno stagno, a cui auguriamo di smuovere coscienze intorpidite e a cui offriamo collaborazione e sostegno che sono mancati finora da ogni parte politica.

Ma turismo sostenibile, valorizzazione dei prodotti agro-industriali, inserimento nei circuiti culturali, offerta museale e ogni altra opportunità offerta dalla presenza del Parco dell’Alta Murgia, non devono combattere con la ‘filosofia delle pale’, che trova spazi di ascolto anche a sinistra. Un territorio descritto come marginale, quasi ormai improduttivo, senza i sedimenti storici del lavoro e della ricchezza prodotta in passato e incentivi possibili alla conservazione del paesaggio, va alla deriva di ogni discarica, di ogni inceneritore, di ogni poligono militare, di ogni edificazione abusiva o meno che si possa immaginare per ‘utilizzarlo’, per riempirlo.

Quindi la produzione di socialità è dirimente e prioritaria per costruire il futuro. Le associazioni giovanili hanno bisogno di un centro sociale autogestito, uno spazio di socializzazione e di elaborazione collettiva, in cui con il quartiere fare doposcuola ai bambini, cineforum, lettura di libri, produzioni teatrali e musicali. L’amministrazione provveda a fornirglielo in fretta o avranno la tentazione di prenderselo da soli e anche qui l’esperienza della sinistra a Milano insegna qualcosa e le mediazioni e la ‘mancanza di soldi’ non servono a coprire il vuoto di proposta.

Né può più bastare la scusa della lentezza o incapacità della macchina organizzativa: ormai si è capito che quello è il materiale umano e le risorse a disposizione a cui affidarsi. Non si è più sinistra se non si sa interpellare la partecipazione popolare, se non si sa chiedere ai cittadini di fornire gratuitamente uno sforzo di discussione per elaborare progetti, studi di fattibilità, analisi economiche. Ma contraccambiando in trasparenza, in assenza di secondi fini in gestione diretta e partecipazione alle decisioni. I comunisti resteranno soli a predicare nel deserto della politica e fra le spine del tecnicismo o la democrazia ha ancora risorse ed energie insospettate e inattese.

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