Un’Alba per un nuovo socialismo

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di Vincenzo Colaprice (da Proletaria, febbraio 2014)

In queste ultime settimane i media stanno mettendo in primo piano, con storie, notizie e titoloni strappalacrime, la rivolta ucraina. Contemporaneamente, però, dall’altra parte del globo, in Venezuela, stanno avvenendo disordini che passano in secondo piano. Certo, anche qui ci sarebbero fiumi di inchiostro e di lacrime da versare per le “inaudite violenze” che l’esercito compie contro i manifestanti: una repressione sanguinaria e una rivolta di massa si direbbe dalle immagini e dai video che la stampa ci propina. Peccato che spesso molto di questo materiale è datato e non riguarda a fatto i tumulti in questione, foraggiati ciclicamente dagli USA, che in Venezuela hanno perso, dalla nascita della Repubblica bolivariana di Chávez nel 1999, influenza politica, economica e il controllo delle risorse energetiche.

Ma non è dell’ennesimo tentativo di rovesciare una governo democraticamente eletto che voglio parlare. Si può, invece, dire molto del significato nuovo che il termine socialismo (d’ispirazione egualitaria o marxista) sta acquistando grazie alle esperienze dell’America Latina.

Partiamo da una sigla ALBA (Alianza bolivariana para América Latina y el Caribe), che identifica il progetto di cooperazione politica sociale ed economica tra i paesi dell’America meridionale e dei Caraibi che siglando il TCP (Tratado de Comercio de los Pueblos) hanno rifiutato l’ALCA (Area di libero commercio delle Americhe) proposto dagli USA, che risponde agli interessi delle multinazionali e mira alla privatizzazione di beni e servizi essenziali.

Membri dell’alleanza sono l’Antigua e Barbuda del presidente Baldwin Spencer (Partito unito progressista), la Bolivia di Evo Morales (Movimento per il Socialismo), la Dominica di Roosvelt Skerrit (Partito laburista della Dominica), l’Ecuador di Rafael Correa (Alianza PAIS), l’Honduras di Juan Orlando Hernández (Partito nazionale), il Nicaragua di Daniel Ortega (Fronte sandinista di liberazione nazionale), la Santa Lucia di Kenny Anthony (Partito laburista di Santa Lucia), la Saint Vincent e Grenadine di Ralph Gonsalves (Partito di unità laburista) e naturalmente Cuba e Venezuela, fondatori dell’alleanza e ora rappresentati da Raúl Castro (Partito comunista di cuba) e Nicolás Maduro (Partito socialista unito venezuelano).

Tutti questi governi (eccetto l’Honduras, guidata dalla destra) sono accomunati da una sola idea di giustizia sociale e di eguaglianza: il socialismo. Il socialismo sviluppatosi in questi paesi, coinvolgendo anche l’Uruguay di Pepe Mujica e  in parte l’Argentina progressista di Cristina Kirchner che con l’ALBA condividono solo alcuni trattati commerciali, è principalmente caratterizzato da un grandissimo sostegno popolare ed un equivalente importante peso politico.

Ma com’è possibile che a quasi cento anni dall’assalto al cielo di Lenin, un socialismo di sinistra, marxista possa prendere il potere con il più pieno appoggio delle masse popolari? Com’è possibile oggi, nel secolo della libertà (americana)?

Il 1989, anno della caduta del Muro e dell’accelerarsi del collasso dell’URSS, non ha mutato la connotazione della sinistra da comunista o socialista a socialdemocratica e liberale come è avvenuto in Europa, in Italia.

Avendo vissuto l’esperienza diretta dei regimi dittatoriali imposti dagli USA in Sud America negli anni della guerra fredda per evitare la nascita di governi di sinistra (vedi la vicenda di Allende nel 1973), la fine dei poli contrapposti e degli stessi regimi hanno dato il via ad una riscossa non solo elettorale di tutta la sinistra sudamericana, che ispirata dalla figura anticolonialista di Simón Bolívar e dalla fusione tra i valori del cristianesimo e la critica economica e politica marxista di Camilo Torres, ha saputo parlare ai popoli vessati e sfruttati per decenni dalle grandi multinazionali occidentali di antimperialismo, del diritto alla casa e al lavoro, di un’economia diversa, che non sia dipendente dagli USA e che non svenda le proprie risorse energetiche.

Tutto questo però non basta. Per i nostri media i Chávez, i Maduro, i Morales sono ancora dittatori sanguinari. Parlano di democrazia calpestata. Ma quale democrazia? Quella borghese occidentale? Ad occidente le elezioni sono ormai ovunque caratterizzati da alti livelli di astensionismo, negli USA vota solo il 40% degli aventi diritto, in Bolivia e in Venezuela si parla di un’affluenza dell’82-83% dell’elettorato. Chi è più democratico? Il sistema elettorale venezuelano è uno dei più apprezzati e studiati, da noi si vota ancora con la matita copiativa, in Venezuela si vota in seggi elettroni attraverso l’impronta digitale, quasi azzerando le possibilità di brogli elettorali, come attestato anche dall’ONU.

Socialismo del XXI secolo vuol dire grande partecipazione popolare, ma soprattutto estrema semplicità nel comunicare idee e programmi politici. Il Venezuela chavista ha ridotto la disoccupazione dal 14,5% al 7,6%, ha portato il PIL da 4.000 $ pro capite a quasi 11.000 $ pro capite, ha combatutto la povertà con un tasso che è passato dal 23% all’8%, ha triplicato le esportazioni di petrolio e quasi dimezzato la mortalità infantile. Cuba è il secondo stato per tasso di alfabetizzazione (l’Italia è quarantasettesima), ha una struttura sanitaria all’avanguardia nel mondo, totalmente pubblica e gratuita, ha azzerato i livelli di povertà e mortalità infantile. Tutti i paesi socialisti dell’America Latina sono accomunati da politiche economiche e sociali totalmente controcorrente: ad occidente si tagliano i servizi essenziali (scuola, sanità, cultura), solo ora iniziano a cadere i primi calcinacci dal muro del proibizionismo relativo al consumo di droghe leggere, si discriminano omosessuali e migranti; i popoli latinoamericani invece si muovono verso una sanità pubblica e gratuita, verso scuole e università acessibili a tutti, legalizzano il consumo di droghe leggere, accompagnandole da campagne di prevenzione e di disintossicazione, rendono legali i matrimoni tra omosessuali, creano un’economia che rispetti l’ambiente e il lavoro dell’uomo. Punta avanzata di queste politiche è, senza dubbio, l’Uruguay di Mujica, che i media nostrani si limitano ad esaltare solo perché rinuncia al 90% del suo stipendio devolvendolo in beneficenza. Mujica è il protagonista di questa politiche, l’Uruguay è stato nominato dal The Economist “paese dell’anno”.

Di sé e dei suoi ideali dice: «Io ho coltivato il sogno di cambiare la storia dell’umanità, la possibilità di creare un’umanità, dove gli uomini, non si approfittassero gli uni degli altri. Poi, passati molti anni e senza rinunciare a quello che avevamo sognato, abbiamo appreso che l’impossibile ha un prezzo più alto. Ciò che abbiamo imparato e che prima non avevamo compreso, che la vita umana è meravigliosa. Perché non bisogna commettere l’errore di sacrificare una generazione in nome di un sogno. E che il sogno bisogna costruirlo tutti i giorni, poco a poco, come chi tira su una parete».

Quanto tempo passerà fin quando la stampa nostrana accetterà le accuse di “populismo” che la destra gli rivolge? Quando anche le sinistre dell’Europa meridionale si alleeranno combattendo su scala internazionale l’austerità e l’Unione Europea germanocentrica? Per ora possiamo solo sognare e sperare, che questo socialismo libertario e antiliberista giunga anche da noi.

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