Una nuova identità comunista

di Lucio Magri

Proponiamo questo documento in sintesi scritto da Lucio Magri (fondatore del quotidiano il manifesto e del Partito di Unità Proletaria) nel 1987, all’epoca nella Direzione del PCI, contro le prime mozioni di Achille Occhetto sul futuro riformista e di centro-sinistra del Partito Comunista. A più di vent’anni di distanza questo testo resta più che attuale.

La crisi e la ristrutturazione che abbiamo vissuto e stiamo vivendo non è certo la prima nella storia del moderno capitalismo. Sempre, nel passato, alle crisi e alle modificazioni del sistema è corrisposto un consolidamento e uno sviluppo generale del movimento operaio e della sinistra, in termini di forza organizzata, di spazi di potere, di egemonia culturale. Oggi, nel nostro caso non è, o pare non essere, più così. Una spiegazione plausibile è questa: l’aspetto forse più nuovo della grande trasformazione che stiamo vivendo sta in qualcosa che va oltre la crisi e la ristrutturazione capitalistica, e le dà un carattere qualitativamente nuovo: e cioè in quello che correntemente viene chiamato “passaggio epocale dalla società industriale alla società postindustriale”.

È un fatto che: 1) il peso della produzione industriale tende ormai, almeno in Occidente, a declinare, in termini di occupazione e di valore, rispetto alla produzione di servizi non destinabili alla vendita o di beni immateriali; 2) che nella stessa produzione industriale la produttività dipende sempre meno dal lavoro generico direttamente impiegato o dalla massa fisica di capitale investito, da ciò insomma che avviene fuori dai suoi recinti; 3) che questi fenomeni incidono in forme meno esplicite e dirette, ma altrettanto e ancor più coercitive del passato, sulle società arretrate, proponendo o imponendo un modello tecnologico e di consumo per loro difficilmente adottabile, e una divisione internazionale del lavoro in cui non possono integrarsi utilmente o addirittura che le disgrega. La ristrutturazione capitalistica ha enormemente accelerato negli ultimi anni processi di lungo periodo come l’impiego di nuove tecnologie per risparmiare lavoro e restringere le basi industriali; ha accelerato l’espansione dei servizi e la produzione di beni immateriali; ha condizionato la nuova industrializzazione dei paesi emergenti per permettere alle metropoli di questi ultimi di vivere “al di sopra delle proprie possibilità”.

Questa trasformazione costituisce l’orizzonte entro il quale misurarsi. Ciò che domina la scena è un capitalismo che cerca di sopravvivere alle ragioni storiche da cui è nato, di guidare con i suoi valori e le sue regole un’epoca successiva. Ciò pone al marxismo teorico e al movimento operaio problemi nuovi e inquietanti. L’idea stessa di rivoluzione socialista e di società comunista – si dice – non ha più fondamento perché il capitalismo appare meglio in grado di assicurare uno sviluppo proprio grazie ai suoi elementi portanti (mercato, profitto, individualismo). Sono convinzioni ormai largamente diffuse anche nei partiti di sinistra, che considerano necessario governare e impossibile modificare la formazione economico-sociale capitalistica e nei nuovi movimenti, che contestano radicalmente la società presente ma considerano fuorviante modificarla in quanto capitalistica. Che utilità, che possibilità dunque può avere l’insistere su un’identità comunista? Cosa rimane di questa identità nel momento in cui l’industrialismo declina senza che si sia determinata una rottura rivoluzionaria nelle società più avanzate? Continua a essere necessaria una rottura di sistema oppure è ormai possibile realizzare la graduale affermazione di un diverso assetto sociale nelle maglie del vecchio, utilizzandone e orientandone la forza propulsiva? Qualche risposta è possibile intravederla ed è possibile tracciare le future lotte.

  1. Ambiente. Il disastro ambientale costituisce un problema dirompente della nostra epoca. Morto il mito della natura come risorsa inesauribile da usare, capace di riassorbire illimitatamente i disastri che la scienza produceva, ora sappiamo che molte risorse naturali si esauriscono prima e più di quanto si possa farne a meno; che la produzione ha effetti rapidamente crescenti di distruzione dell’ambiente naturale; che tutto ciò già determina un peggioramento non solo rispetto ai bisogni umani nuovi e qualitativi ma anche rispetto ai bisogni più elementari di salute e di vita; e che se questo tipo di sviluppo quantitativo e febbrile dovesse continuare prepara in tempi relativamente brevi una vera catastrofe. Si risparmiano a volte certe materie prime scarse e perciò ormai più costose, ma per sostituirle con prodotti artificiali il cui effetto sull’ambiente o la salute non sono meno pericolosi; si smantellano alcuni grandi impianti nocivi nelle metropoli ma si localizzano in modo ancor più incontrollato in altre regioni, o si sostituiscono con una produzione ultradecentrata ma ancor più inquinante; si affianca al consumo di beni materiali quello di servizi e beni immateriali ma in forme non meno degradanti dell’ambiente urbano e naturale (il fast food, il traffico urbano, il turismo di massa); si limita e si regola un poco l’uso selvaggio di concimi chimici ma si moltiplicano le monoculture per esportazione o le forme forzate di allevamento e la riduzione delle specie viventi; la stessa ricerca farmaceutica e biologica appare sempre più dominata da gruppi di interesse e indirizzi che ne rendono i risultati incerti e inquietanti; le grandi città industriali si svuotano per il decentramento ma per lasciare il vuoto dei ghetti, o peggio, emerge la moderna mostruosità delle megalopoli dei paesi emergenti. Occorre un potere capace di programmare ricerca, di determinare scelte strategiche di investimento e di localizzazione, di orientare la stessa divisione internazionale del lavoro, di educare e organizzare una coscienza di massa capace di concepire, di vivere come propria una diversa priorità di bisogni. La questione ambientale dunque non solo offre a un progetto comunista un nuovo terreno su cui fondare la sua critica del sistema, ma anche una spinta che lo trasforma e arricchisce qualitativamente.
  2. Povertà. Il grande merito storico del capitalismo sta proprio nella sua capacità di orientare gran parte di questo plusprodotto al fine dell’accumulazione, di accelerare dunque in modo straordinario lo sviluppo di forze produttive, di creare così le basi materiali per una più ampia e generale soddisfazione dei bisogni elementari, e di coinvolgere una parte crescente della società nel circuito dell’incivilimento (istruzione, mobilità, socializzazione del lavoro). Non per questo la storia del capitalismo è storia di diffusione del benessere. Non per questo la storia del capitalismo è storia di diffusione del benessere. Anzi, in certe fasi (“l’accumulazione primitiva”, il colonialismo, la prima rivoluzione industriale) proprio la priorità assunta dal processo di accumulazione, la necessità di creare lavoro salariato generico, ha prodotto forme di ineguaglianza e di sfruttamento ancora più generalizzate e brutali. Sembra la contraddizione più tradizionale fra tutte quelle possibili. Questa ingiustizia, questa povertà non si presentano come “residuo”, o come fenomeno transitorio, ma al contrario come prodotto diretto, come altra faccia della modernità e dei meccanismi che la governano. Questa nuova ingiustizia, questa nuova povertà, si traducono in processi cumulativi di emarginazione, creano un soggetto sociale sterminato e senza speranza, spingono a processi degenerativi (il fanatismo integralistico, o l’imbarbarimento di nuove masse marginali, nel Terzo mondo; i conflitti razziali, la violenza diffusa, il rifiuto politico, nella stessa metropoli) che possono aprire la strada a una spirale di repressione e di rivolta. Ecco un «modernissimo» terreno che si offre a una ripresa del pensiero e della lotta comunista: la saldatura organica tra il movimento operaio, i nuovi soggetti che emergono dalle contraddizioni qualitative della società postindustriale, e questa grande massa emarginata e impoverita.
  3. Alienazione. Una società in cui il lavoro salariato, anche quando è meno faticoso, resta in gran parte parcellizzato ed esecutivo, e in cui lo stesso lavoro direttivo e creativo ha come riferimento assolutamente dominante il reddito e il profitto; una società in cui la scuola si subordina sempre più seccamente alla formazione professionale e specialistica, e come strumento formativo viene non integrata ma soppiantata dai mezzi di informazione veloci e dal loro messaggio passivizzante; una società in cui gli intellettuali perdono autonomia e sono assorbiti nel circuito produttivo; una società, in cui vecchi schemi di relazione interpersonale si disgregano per lasciar posto all’atomizzazione individuale e anche le sfere più private della vita sono invase dalla logica del mercato, per sua natura produce un soggetto incapace di esprimere bisogni qualitativamente ricchi, oltre la sfera di una semplice moltiplicazione del consumo materiale. Se tutto ciò è vero ne consegue che: 1) si offrono nuove e più ricche ragioni di critica alla società in cui viviamo, e basi più solide su cui costruire una società diversa; 2) che questa critica investe più direttamente e radicalmente che mai i fondamenti di un certo modo di produzione e di una certa struttura del potere, «l’alienazione del consumo» non deriva solo da meccanismi culturali o dal dominio dell’universo tecnologico, l’una e l’altro sono legati a una contraddizione di classe anche se in essa non si esauriscono. Non è questa una base forte per un progetto e una identità comunista radicalmente rinnovati ma non meno antagonisti?
  4. Lavoro. Un’occasione storica assolutamente nuova si offre per la liberazione umana: sia come liberazione dal lavoro, sia come liberazione del lavoro. Abbiamo di fronte agli occhi infatti due fenomeni macroscopici, inquietanti e strettamente connessi. Il primo fenomeno è quello della nuova disoccupazione di massa e del precariato. Le occasioni di impiego non offrono un livello di reddito o una qualità di lavoro da tutti accettabile. Una parte notevole e per ora crescente della popolazione non trova dunque lavoro stabile, e contemporaneamente una parte della domanda di lavoro non viene soddisfatta se non da immigrati. Emerge la nascita di nuovi tipi di impiego, nuovi servizi, la cui produttività in termini capitalistici è relativamente bassa: e poiché il mercato del lavoro funziona appunto come un mercato, le occasioni di lavoro o si offrono a livelli salariali e in condizioni peggiori o si espandono a un ritmo relativamente contenuto e comunque insufficiente a soddisfare l’offerta crescente. Complessivamente dunque, è ragionevole ritenere che nelle società avanzate il lavoro salariato occupabile stabilmente e con una normale retribuzione tenda, se non a ridursi, a ristagnare. Il secondo grande fenomeno che abbiamo di fronte non riguarda la quantità ma la qualità del lavoro. Ciò cui assistiamo nelle società più avanzate in questa fase è, sotto questo profilo, una nuova polarizzazione del lavoro occupato. Da un lato un processo di valorizzazione e di arricchimento delle professionalità e delle competenze che resta però circoscritto entro una minoranza della società, dall’altro lato un processo di nuova parcellizzazione, dequalificazione e subordinazione del lavoro che assume forme estreme nell’occupazione precaria, nel proletariato frantumato dei servizi, ma che continua anche nell’occupazione stabile e nella grande impresa e ormai si allarga ben oltre l’area del lavoro manuale e direttamente produttivo, cioè nel lavoro impiegatizio, nel commercio, nella sanità e nel pubblico impiego. Non vogliamo sostenere che tutto l’orizzonte del lavoro si esaurisca oggi in questi fenomeni, né che non sia possibile, anche su questo terreno, concepire o imporre politiche occupazionali o di valorizzazione del lavoro, con qualche efficacia, anche all’interno del sistema attuale. Vogliamo solo sostenere: a) che anche nel futuro postindustriale il conflitto di classe tra lavoro e capitale trova ragioni di cui alimentarsi, nuove e diverse ma non meno corpose; b) che i grandi temi della occupazione e della sua qualità appaiono ancor più e non meno connessi alla logica di fondo del capitalismo; c) che ancora più di ieri o di oggi si porrà il tema del graduale superamento, e non solo della tutela, del lavoro salariato e forse anche il tema ancor più radicale del lavoro liberato; d) infine che le trasformazioni strutturali del mercato del lavoro indeboliscono l’omogeneità e il potere immediato del mondo del lavoro, e che la sua unificazione e il suo destino dipenderanno in futuro meno che in passato dallo strumento sindacale, avranno sempre più bisogno di un progetto politico, e di strumenti che incidano direttamente sulla struttura dello Stato, dell’economia, delle stesse strategie tecnologiche, degli apparati formativi. Non è questa una base abbastanza solida su cui ricostruire una identità comunista, proprio a partire dall’aspetto più radicale e insieme meno sviluppato della critica marxista del capitalismo: la liberazione del lavoro umano dal suo carattere di merce?

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