Lettera a un hegeliano praticante

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delle/ei Giovani Comuniste/i di Ruvo di Puglia

 

Al signor Mario Albrizio,

filosofo, hegeliano, gramsciano.

La piazza e il cielo e Un’ora con i terroristi sono i titoli di due suoi articoli, comparsi sul suo blog, che trattano della mobilitazione che sta attraversando l’Italia e si concentrano, com’è ovvio che sia, sui fatti che stanno accadendo nella nostra città.

Notiamo, non possiamo farne a meno, un certo attacco nei confronti di una sinistra paternalistica a fronte di questi moti di rabbia popolare. Non sappiamo se i suoi articoli siano stati una risposta al nostro comunicato, in ogni caso prendiamo questa lettera come l’occasione per discutere insieme.

In questa minuscola città “dell’impero” sono giorni che tenta di analizzare il fenomeno dei “forconi”, “9 dicembre” o qualsiasi altro nome tale movimento voglia assumere, attraverso le parole di un uomo a noi assai caro, il cui sguardo severo e giudizioso ci fissa costantemente in quelle grottesche stanze in cui si pianifica minacciosamente il futuro del “popol tutto” (vedi: Adelchi, A. Manzoni) e che noi affettuosamente e senza vergogna chiamiamo sezioni. Quelle sezioni sono per noi un laboratorio imprescindibile, in cui si mescolano i consigli saggi di chi al fascismo (quello che va dal ’22 al ’43) ha resistito in un modo e nell’altro e ha impugnato poi le falci e le vanghe per chiedere un tozzo di pane, nonostante la repressione poliziesca di Scelba e le scellerate alleanze tra padronato e Democrazia Cristiana. Resta un laboratorio di cultura e riflessione, grazie a chi ha partecipato alle contestazioni e ai soggetti politici marxisti alternativi alla forza egemone della sinistra di allora, il PCI (stessi soggetti da cui Rifondazione proviene). Resta un laboratorio di vita, con il costante confronto con i lavoratori, con i disoccupati, con i giovani, con i padri di famiglia e con chi ha deciso di intraprendere quella che noi chiamiamo militanza, piuttosto che attivismo, ovvero le/i nostre/i compagne/i (termine antistorico, desueto tutto quello che vuole, ma il “cum panis” e quindi il condividere il pane, anche quello figurato e quindi le difficoltà della vita, avviene davvero).

Ma tornando su Gramsci, ci colpisce particolarmente la perfetta ignoranza di un tema fondamentale della sua produzione, che ha segnato la storia della sinistra italiana. Lei dice «amici specie “di sinistra” che concionavano sulla manifesta inaffidabilità dei manifestanti in quanto privi di “bandiere” e non organici ai partiti “di protesta”». Partendo dal presupposto che, sinceramente, bandiere o meno, contano i contenuti e le richieste politiche, perché tali sono, che contraddistinguono ogni sciopero, protesta e/o mobilitazione, lei ha completamente perso il concetto di egemonia culturale, un aspetto fondamentale del pensiero gramsciano. L’egemonia culturale viene praticata dalla classe dominante sul popolo, ma per strappare l’egemonia culturale alla borghesia occorre che anche i partiti comunisti, «i [cui] membri debbano essere considerati come intellettuali, ecco un’affermazione che può prestarsi allo scherzo e alla caricatura; pure, se si riflette, niente di più esatto» (Quaderni dal carcere, pag. 1523), poiché «non c’è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale, non si può separare l’homo faber dall’homo sapiens. Ogni uomo infine, all’infuori della sua professione esplica una qualche attività intellettuale, è cioè un “filosofo”, un artista, un uomo di gusto, partecipa di una concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale, quindi contribuisce a sostenere o a modificare una concezione del mondo, cioè a suscitare nuovi modi di pensare» (Quaderni dal carcere, p. 1550), la esercitino per guidare il proletariato verso la fine dell’oppressione e dello sfruttamento, sottraendo potere di persuasione ai borghesi. Magari riportando alla mente quest’importante aspetto della teoria gramsciana avrebbe capito perché siamo tanto avversi a manifestazioni prive di bandiere e non organizzate dai puri e legittimi partiti di protesta.

Ma la verità è che le cose non stanno così. Nei suoi articoli non accenna minimamente alle proposte da noi avanzate, di trasformare una mobilitazione in cui il tricolore campeggia (se vuole intavoliamo una splendida discussione sullo Stato, imperdibile occasione di confronto con un hegeliano) ovunque in una protesta che sappia davvero proporre politiche alternative e non il vuoto oltre il “tutti a casa”. Signor Albrizio, saremo pure giovani ma “nel movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti” sappiamo e vogliamo starci. Ci perdoni se i nostri contenuti riguardano il lavoro, perché non siamo dei bamboccioni o dei choosy ma alcuni di noi lavorano già e cerchiamo in tutti i modi di renderci indipendenti, di aprirci una strada per il futuro e sappiamo cosa voglia dire essere sfruttati, non pagati, sottopagati, rifiutati e con tutto questo abbiamo scelto anche di autofinanziare la nostra lotta politica. Ci perdoni se i nostri contenuti riguardano la scuola, memori e testimoni di strutture scolastiche fatiscenti e disastrate, vittime di tagli che non garantiscono neanche il nostro diritto allo studio (art. 34 della Costituzione) con Università, come quella di Bari, che rischiano di chiudere nel giro di tre anni. Ci perdoni se abbiamo parlato di manovre fiscali ed economiche, ma anche noi, da pendolari, sulle nostre spalle risentiamo in maniera consistente l’aumento dei prezzi e più che mai le nostre famiglie, per svariate ragioni. Ci perdoni se abbiamo parlato di anticapitalismo, ma se lei ha una soluzione per uscire da una crisi, la più grande mai vista da questo sistema di produzione, che sarà riassorbita, si spera, in decenni per poi tornare a generarsi ciclicamente, ce la offra. Ci perdoni se abbiamo parlato di antifascismo, perché a qualcuno che, nella serata del 10 dicembre a Ruvo, leader locale di un MoVimento a lei tanto caro, ci ha invitato a tornare «a piangere i nostri morti» (come se dovessimo vergognarcene) vorremmo dire che anche con il sangue dei nostri morti è stata scritta la Costituzione che tutti noi rappresenta. Ci perdoni, forse non siamo all’altezza di quei bravi ragazzi che lei ha definito “terroristi”, sarcasticamente, ma sappia che ne condividiamo preoccupazioni e disperazione ma non l’analisi e le proposte politiche. Ci permettiamo di dissentire.

In questo quadro si inserisce la nostra proposta di spostare i contenuti della manifestazione su un terreno più concreto, per evitare che le vaghe richieste continuino a supportare gli intenti nazionalistici, piccolo-borghesi e nei modi e spesso nei fatti, neofascisti. Ha dichiarato di non voler sapere nulla sul chi “c’è dietro” tutto questo. Bene, secondo noi ha perso un’occasione: “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza” (Commedia – Inferno, Canto XXVI). Non siamo amanti dei complotti, non siamo noi quelli che inseguono improbabili tesi riguardo scie chimiche, piani apocalittici voluti da una non si sa quale élite e strampalate teorie sulla sovranità monetaria, non siamo noi quelli che si affidano ad pseudo-intellettuali senza arte né parte. Ci perdoni, ancora una volta, se preferiamo stare all’erta da un qualsiasi rigurgito neo/pseudo-fascista.

Sa, signor Albrizio, siamo talmente complottisti, che ogni anno rendiamo omaggio «ai nostri morti». Solo qualche settimana fa eravamo a Bari, per commemorare il compagno (non rabbrividisca ancora all’antistoricità di questa parola) Benedetto Petrone, ucciso dai fascisti. Così, giusto per ricordarlo (colga il riferimento, cribbio!). Non si sa mai che qualcuno di noi complottisti rinsavisca e dica che non c’è nessun pericolo neofascista, che quello che sta accadendo in Grecia non esiste, così come in Ungheria, in Finlandia e in Spagna. Ci perdoni ancora se, martedì sera, quando il corteo si apprestava ad entrare in corso Gramsci da corso Carafa ci sono tremate le gambe nell’assistere all’assalto alla CGIL (per quanto la nostra posizione sia critica nei confronti delle loro proposte – come vede complottiamo anche tra di noi) e ad un capopopolo che incitava, poco dopo, i manifestanti a dirigersi verso la sede del nostro partito per farci chiudere. Ci perdoni, se abbiamo deciso in quale momento di illuminare la nostra insegna e di restare aperti. Ci perdoni se una mezz’ora più tardi abbiamo deciso di raggiungere il corteo per comunicare con chi guidava quel corteo, ponendoci, sì, forse male, ma venendo minacciati, insultati ed anche imbrogliati. Ci perdoni, se poche ore fa eravamo a Bari per bloccare il corteo, composto da una cinquantina di persone e guidate dal leader barese di CasaPound, mentre tentava di entrare nella facoltà di Lettere e Filosofia, prima e in quella di Giurisprudenza. Ci perdoni.

Ci perdoni se perseveriamo nell’errore del «non stare col popolo, magari giudicarlo, condannarlo, sdegnarlo a priori». In effetti abbiamo davvero sdegnato il popolo, prendiamo atto della nostra completa distanza da quella che noi definiamo, con colpevole antistoricità, “classe operaia”, nonostante le nostre ripetute manifestazioni con i lavoratori e i migranti nel capoluogo di provincia, con gli studenti, con gli antifascisti. Ci scusi davvero. Certo chiederemmo pure dov’era lei e il “popol tutto” che ora ha la pancia vuota, ma abbiamo passato il segno, non andiamo oltre.

Concludiamo solo con qualche considerazione. Sulle categorie di destra e sinistra, intrinseche al processo storico dialettico (e allo Stato) hegeliano e marxiano e sul fatto che il suo Hegel ha dato origine ad una certa destra e sinistra, lei dovrebbe saperlo. Da buon hegeliano saprà pure della dialettica dello spirito e della sua evoluzione, per cui non sarebbe male passare ad analizzare il gradino successivo della storia, quello marxista.

Fiduciosi di un positivo e costruttivo riscontro, possiamo ospitarla quando vuole nella nostra sezione “Dino Frisullo” in corso Gramsci 25.

Ah, oggi è 12 novembre, anniversario della strage di piazza Fontana. Anche oggi piangeremo i nostri morti e daremo adito alle nostre teorie del complotto.

Le/i Giovani Comuniste/i

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