Parlare non vuol dire comunicare

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Storie vere, vissute. Non come quelle inventate, non come quella mascalzonata di Benigni in La vita è bella, quando alla fine fa entrare ad Auschwitz un carro armato con la bandiera americana. Quel campo, quel pezzo di Europa lo liberarono i russi, ma… l’Oscar si vince con la bandiera a stelle e strisce, cambiando la realtà. (Mario Monicelli)

di Pietro Pasculli (da Proletaria, dicembre 2013)

Il 9 novembre, come ogni anno da 24 anni, ci parlano della caduta del muro di Berlino ed assistiamo alle celebrazioni con dichiarazioni da parte delle più alte cariche degli stati europei e d’oltre oceano. Queste celebrazioni e dichiarazioni sono da sempre contraddistinte da racconti fiabeschi di vicende avvenute in un mondo lontano immaginario. L’antagonista della vicenda, come al solito, è l’Unione Sovietica.

Il rosso, a quanto pare, nonostante i buoni esempi di Heidi e Grande Puffo, non riesce a farsi apprezzare.

Al contrario infatti di quanto ci fa credere Benigni nella “Vita è bella” facendo entrare ad Auschwitz i carri armati americani, stratagemma eccezionale per vincere l’Oscar, sono le truppe sovietiche a liberare Auschwitz il 27 gennaio del 1945 e sono sempre le truppe sovietiche ad arrivare per prime a Berlino ed a mettere in ginocchio le armate tedesche, conquistando infine il parlamento il 30 aprile. Finita la guerra gli Usa premono per attuare il piano Morgenthau che prevede lo smembramento del territorio tedesco e la divisione della Germania in vari stati. Contraria ad un occupazione ed una spartizione dello Stato tedesco, l’Unione Sovietica risponde con la famosa frase pronunciata da Stalin: «Gli Hitler vengono e vanno, il popolo tedesco e lo Stato tedesco rimangono».

L’unità della Germania che l’Urss auspicava non si realizzò. Infatti successivamente, Usa, Francia e Gran Bretagna nei territori da loro controllati decidono di dar vita il 23 maggio del 1949 alla Repubblica Federale Tedesca (Rft). Il 7 ottobre, così, come reazione alla decisione presa dai governi occidentali e quindi solo successivamente, l’Unione Sovietica non abbandona e non permette agli Stati Uniti di spremere ed utilizzare a suo piacimento i territori della Germania e crea nel territorio occupato da essa la Repubblica Democratica Tedesca (Ddr).

Si noti bene che la spartizione della Germania fu voluta dai paesi capitalisti, Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna in testa e non dai sovietici che reagirono a questo stato di cose mesi dopo con la formazione di un secondo Stato tedesco. La risposta legittima dell’Unione Sovietica però, non fu gradita e il nuovo stato, non fu riconosciuto pacificamente, tanto che la Repubblica Democratica Tedesca fu isolata attraverso un embargo economico, che voleva dire blocco totale da parte di tutti i paesi (in questo caso l’occidente intero) di commerciare con un paese terzo, cioè la Ddr per motivi politici ed economici.

Una politica di aggressione senza guerra” che portò in seguito alla costruzione del Muro.

Il muro, quindi, uno dei cavalli di battaglia della cultura borghese, per denigrare e tacciare di mancanza di libertà i comunisti, non è altro che un invenzione della borghesia stessa. Tanti infatti sono questi mostri dell’architettura sparsi per il mondo. Per citarne solo alcuni vorrei ricordare i 700 km di muro tra Israele e Palestina costruito dagli israeliani, paese dall’economia capitalista e tanto amico dei paesi occidentali; il muro che separa il Messico dagli Stati Uniti, 1200 km di cemento, sabbia e barre di acciaio costruito dagli Usa; per arrivare a Padova, muro costruito nel 2006 per isolare un quartiere-ghetto, abitato da immigrati, dal resto della città.

Ci dicono che per colpa del sistema economico adottato, la DDR crebbe povera rispetto al resto dell’Europa, ma non ci riferiscono oltre che dell’embargo anche della storia industriale del paese. Il processo di sviluppo industriale di una nazione infatti, non è un processo nazionale, ma un processo come afferma Pollard, regionale, che si sviluppa attorno ad un centro propulsore che può essere una città o una regione particolarmente dinamica. Questo processo di industrializzazione avviatosi già nell’800 ha portato in molti paesi, i così detti “dualismi territoriali”, cioè in una stessa nazione, centri – regioni molto ricche e sviluppate ed altre no. Famosi infatti sono il dualismo italiano che ha portato una netta disuguaglianza economica industriale tra nord e sud, e il dualismo tedesco, che ha portato sviluppo ad ovest ed ha lasciato la parte est nell’arretratezza.

La parte orientale quindi, quella occupata dai sovietici, era già in precedenza povera e non è caduta nel baratro con il governo dell’est. Inoltre, la parte ovest del paese essendo controllata dai governi occidentali, ha usufruito di sgravi sostanziosi riguardo il pagamento delle spese di guerra rispetto alla Ddr ed ha beneficiato degli aiuti del piano Marshall. Il sistema trasforma le realtà storiche per auto sorreggersi.

Non ci riferiscono inoltre, delle centinaia di persone che erano pagate dai paesi occidentali per attraversare il muro e trasferirsi. Spostamenti venduti al mondo come “cittadini che scappano dalle barbarie dei comunisti”. Non ci riferiscono delle “libertà” che il mondo occidentale offriva ed offre. Libertà di poter morire di fame, di non potersi curare, di essere disoccupato, di non potersi permettere un istruzione perché troppo costosa. Tutti diritti che nella Germania Ovest erano a pagamento così come lo sono tuttora nei nostri paesi, ma non ci riferiscono ancora che tutto questo nell’altra Berlino era gratuito perché la salute, l’istruzione, il lavoro erano e sono diritti fondamentali di ogni essere umano.

Da un sondaggio effettuato nel 2008: “ben l’81% degli Ossis, i cittadini dell’ex Ddr (Germania Est), è scontento di come sia avvenuta la Riunificazione tedesca e si sente presa in giro dai fratelli occidentali. Un dato sorprendente. Anche perché il 52 % degli intervistati dichiara di rimpiangere molti aspetti del regime comunista. E addirittura il 32 % vorrebbe tornare indietro alla Ddr, al Muro, al partito ed al socialismo reale.”

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