Foiba fobia

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di Pietro Pasculli

In continuità con i massacri perpetuati in Africa, nel 1920, dopo l’annessione all’Italia dei territori sloveni e croati, l’Italia fascista attua una politica di italianizzazione forzata. In primo luogo fu impedito ai soldati che avevano militato nell’impero austro–ungarico e quindi residenti da sempre in quei territori, di tornare nella propria terra, portandoli ad un grande esodo che coinvolse circa 100.000 sloveni e croati, rifugiatisi nel Regno di Jugoslavia. Immediatamente, i funzionari pubblici e gli impiegati italiani sostituiscono quelli locali, l’italiano diventa la lingua obbligatoria, le scuole vengono chiuse, le sedi associative incendiate, nel 1927 vengono italianizzati tutti i cognomi sloveni e croati, e tutti coloro i quali non accettano tali condizioni vengono eliminati, uccisi!

La popolazione del posto si ritrova ad essere straniera in patria.

Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani.

Queste sono le parole di Mussolini.

La situazione, però, precipita quando nel 1941, con l’aggressione nazi-fascista in poche settimane, tedeschi, italiani e ungheresi invadono la Jugoslavia e il territorio viene smembrato tra gli invasori, dando vita, tra l’altro, allo Stato di Croazia, con a capo il fascista Ante Pavelic, amico-allievo di Mussolini.

Il Partito fascista croato, appoggiato dal vescovo di Zagabria e spalleggiato dalle truppe italiane, intraprende pertanto un’opera di pulizia etnica nei confronti delle popolazioni serbe residenti; infatti, spedizioni italo-croate partono alla volta dei villaggi per torturare, stuprare e uccidere uomini, donne e bambini. L’intera Jugoslavia, così, diventa territorio di stragi e crudeltà che, a fine guerra, pagherà un milione e mezzo di morti, tra i quali 250-300 mila per mano italiana. Ma, se nello Stato di Croazia l’opera delle truppe italiane è per la maggiore di supporto e affiancamento alle milizie croate, genocidi di stampo solo italiano si riscontrano nei territori annessi. Nella notte tra il 22 e il 23 febbraio del 1942 la città di Lubiana che contava 80 mila persone, per ordine del comandante della II Armata, il generale Mario Roatta, viene trasformata in un enorme campo di concentramento. Gli occupanti italiani, costruiscono e gestiscono i campi di concentramento di Kraljevica, Lopud, Kupari, Korica, Brac, Hvar, Rab (isola di Arbe), dove, secondo le stime rapportate nel volume dell’A.N.P.P.I.A., i fascisti internano quasi 30.000 slavi, uomini, donne e bambini, uccidendone 13.606 senza contare i campi di concentramento situati nei territori italiani stessi.

In Italia si è fatto di tutto per dimenticare, e si è arrivati a episodi di vera e propria censura, come ci ricorda il caso del documentario prodotto dalla BBC “Fascist Legacy” (L’eredità fascista) mai trasmesso in Italia, nonostante l’edizione curata dalla Rai.

Fiume 23-05-1942. Il Generale fascista Roatta riferisce: Il Duce è assai seccato della situazione in Slovenia perché Lubiana è provincia italiana. Ha detto di ricordarsi che la miglior situazione si fa quando il nemico è morto. Occorre quindi poter disporre di numerosi ostaggi e applicare la fucilazione tutte le volte che ciò sia necessario. /…/ Il Duce concorda nel concetto di internare molta gente – anche 20-30.000 persone. /…/ Ricordarsi che tutti i provvedimenti di sgombero di gente, li dovremo fare di nostra iniziativa senza guardare in faccia nessuno.

La resistenza dei partigiani comunisti che si opponevano alle barbarie fasciste prese sempre maggiore vigore a partire dal ‘41. Così, sul fronte jugoslavo, l’esercito partigiano si organizza in tutto il paese ed il Partito comunista, riunitosi a Zagabria, affida il comando militare di liberazione nazionale a Josip Broz, detto Tito. Egli diventa il punto di riferimento di tutto il movimento di resistenza. Nel ‘42 i partigiani slavi liberano un quinto del territorio nazionale costituendo il Consiglio antifascista di liberazione, il parlamento virtuale del nuovo Stato; nel settembre del ‘43 l’Italia fascista crolla e molti soldati italiani decidono di unirsi con i partigiani slavi; nell’ottobre del ‘44 Belgrado viene liberata, evento questo che segna la vittoria dei partigiani comunisti contro gli occupanti e assassini fascisti.

Sul fronte italiano, invece, crollato il regime fascista, le terre occupate iniziano ad essere abbandonate e nel settembre del ‘43, dopo decenni di violenze, i contadini croati e sloveni, ma anche italiani e altri, insorgono contro tutto ciò che è fascismo, i primi così iniziano a lottare per riprendersi le terre che erano state loro espropriate e tornare a casa dopo 20 anni.

Questi in sintesi sono i tragici avvenimenti che si sono verificati nei territori incriminati, territori abitati da popolazioni slave aggredite e stuprate dal fascismo italiano. Uomini, donne e bambini che a distanza di mezzo secolo si sono ritrovati nei libri di storia, in tv, sui giornali, ad essere dipinti come carnefici.

L’istituzionalizzazione della giornata delle Foibe risale al 2004, ma il processo che porta a questo è molto più vecchio, è un dibattito che va avanti da 50 anni.

Se ne servì il governo De Gasperi durante le trattative di Pace a Parigi come argomento delle rivendicazioni di sovranità sulle regioni dei territori orientali.

L’Italia in breve tempo si stava trasformando da nazione succube di guerra a concorrente importante nel mercato mondiale e il miracolo economico italiano segue di pari passo con la scoperta delle barbarie avvenute durante la guerra.

Bisognava rivalutare l’immagine dell’Italia e degli italiani a livello internazione; bisognava rispolverare il vecchio mito degli italiani brava gente e renderlo di nuovo attuale; bisognava trovare un caso, o meglio crearlo, che rendesse gli italiani vittime.

Si poteva far questo scoprendo il velo posto sui 3000 italiani torturati e uccisi nelle prigionie francesi in Tunisia, da sempre dimenticato e celato dall’occidente, ma non sarebbe stato conveniente inasprire i rapporti politici-economici con la vicina Francia e la paura dell’Unione Sovietica fece il resto.

Il colpo di genio arrivò così da oriente, da quei popoli da sempre emarginati, poco competitivi e irrilevanti da un punto di vista economico a livello internazionale.

Secondo la definizione tradizionale, le foibe sono delle cavità in cui si compirono gli eccidi ai danni della popolazione Italiana situata nella Venezia Giulia e nella Dalmazia per mano dei partigiani comunisti titini. Il revisionismo storico di destra e di sinistra, considerando la storia a partire dal ‘43, e quindi senza riferimenti alle stragi compiute ai danni dei popoli slavi da parte dei fascisti negli anni precedenti e all’occupazione delle loro terre, ci mostra l’Italia come un popolazione aggredita che cerca di difendersi. Riprendendo sempre questa versione, i comunisti titini mentre avanzavano per la riconquista delle proprie terre, avrebbero ammazzato in maniera brutale qualsiasi italiano gli fosse capitato a tiro, gettandoli in queste cavità.

Per dar maggior credibilità a tale versione, questi sedicenti storici, accuserebbero i comunisti di aver ucciso milioni di italiani in tal maniera (i numeri cambiano da storico a storico), secondo il criterio di alcuni corpi estratti dalle foibe e per quanto riguarda i corpi non estratti (la maggior parte) attraverso il calcolo della volumetria di tali cavità in rapporto a un coefficiente X, coefficiente che identificherebbe la corporatura dell’uomo medio del tempo.

25 – 07 – 45 (Risorgimento Liberale): Il Comando Generale dell’Ottava Armata britannica ha ufficialmente smentito oggi le notizie pubblicate dalla stampa italiana secondo cui 400 o 600 cadaveri sarebbero stati rinvenuti in una profonda miniera della zona di Trieste.

Ci si dimentica che la pratica dell’infoibare, è una pratica che nasce già prima, ma soprattutto durante l’occupazione fascista di quei territori, dove i corpi degli slavi uccisi nei campi di concentramento fascisti o i corpi dei morti in battaglia stessi, venivano gettati in queste cavità per evitare il contagio di malattie infettive come affermano anche alcuni giornali anglo-americani del tempo che operando alcune ricognizioni a Basovizza recuperarono una decina di salme, alcune delle quali di soldati germanici.

Si evita di approfondire se i corpi ritrovati all’interno di queste cavità siano stati vittime della polizia partigiana o della polizia politica di Stato (non comunista) che non lottavano insieme, ma agivano entrambe nello stesso territorio. Non si vanno ad approfondire inoltre le biografie delle persone uccise, ma si continua a parlare semplicemente di italiani. Non ci dicono infatti che molte di queste vittime alle quali le nostre autorità continuano a dare medagliette e riconoscimenti, come si può riscontrare attraverso una semplicissima ricerca dai loro nomi e cognomi, erano state in realtà camice nere, gerarchi, segretari di partito, repubblichini e via discorrendo (il caso più famoso è quello dell’ex tranviere Mario Fabian, che nel corso dei rastrellamenti antipartigiani si distinse per le torture nei confronti dei prigionieri con la corrente elettrica). Vengono dati quindi riconoscimenti a coloro i quali in vent’anni di occupazione e massacri si sono sporcati del sangue dei popoli slavi, si celebra il fascio, l’appartenenza al fascismo viene premiata, i carnefici invasori si trasformano in vergini senza peccato.

Il fascismo è il braccio armato della borghesia ed in momenti di crisi economica è sempre buona cosa per le classi dirigenti far emergere una certa nostalgia per il ventennio, evitando così possibili svolte a sinistra.

Altro elemento carnevalesco è l’inclusione, nel conteggio dei numero dei morti sempre attribuiti ai comunisti, di quegli italiani residenti in quelle terre dopo l’occupazione fascista ma i cui corpi non sono mai stati ritrovati, e quindi giù con il numero di vittime di infoibati come se non ci fosse un domani.

Non esiste nessun giorno della Memoria per ricordare i massacri compiuti dagli italiani in Africa, in Spagna, in Grecia, in Albania, ma esistono tanti giorni per piangersi addosso su noi sempre innocenti – noi sempre perseguitati – noi ingenui – noi che non avevamo capito chi erano i cattivi.

I partigiani titini non hanno fatto altro che lottare per liberarsi dall’oppressore fascista, per ritornare a casa dopo vent’anni di massacri.

Sicuramente non neghiamo che ci siano potuti essere atti di giustizia sommaria che avranno portato alla morte civili innocenti. Non siamo e non vogliamo etichettare ogni singolo avvenimento con l’innocenza perché non ne abbiamo le prove e non vogliamo cadere negli errori di quegli storici improvvisati che attribuiscono ogni morte alla mano comunista. Riconosciamo che ci siano potute essere vittime “senza peccato”, ma questo è da attribuire allo spontaneismo personale, ad atti volontari.

Prendete le più energetiche misure per impedire ad ogni costo l’assassinio dei prigionieri di guerra e degli arrestati da parte delle unità, degli enti singoli nonché dei singoli.

Ordine emesso da Tito allo Stato maggiore della Croazia e alle armate I, II, III, IV.

Si combatteva – si tornava a casa rispettando una certa morale ed attenendosi ad alcune parole d’ordine, e la morale e le parole d’ordine dei partigiani comunisti sono scritte nella storia dei popoli.

 Bisogna epurare non sulla base della nazionalità ma sulla base del fascismo.

Edvard Kardelj – leader del partito comunista sloveno.

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